• L’origine dell’autismo: l’esperimento di John Calhoun sull’utopia dei topi. Di Emanuele Franz

    L’origine dell’autismo: l’esperimento di John Calhoun sull’utopia dei topi. Di Emanuele Franz

    John Calhoun fu un etologo statunitense che elaborò un progetto, un esperimento utopico su una società di topi. Lo realizzò dal 1968 al 1973 e questo esperimento sul comportamento dei topi ha delle implicazioni interessantissime, sia dal punto di vista epistemologico e antropologico, sia sulla natura del comportamento dei mammiferi, noi compresi.

    In buona sostanza, cosa cercò di rappresentare John Calhoun? Un’utopia, cioè un modello sociale di topi in cui non ci fossero avversità ambientali e nel quale le risorse erano infinite. Lui prese quattro coppie di topi sane, in perfette condizioni, e le inserì in un universo chiuso, che lo chiamò Universo 25, dal quale non si poteva né uscire né migrare, i topi non potevano andare via. In questo universo era tutto perfetto: la temperatura era controllata, sempre la stessa, d’estate e d’inverno. Acqua senza limiti, risorse da mangiare, spazi, nicchie per accogliere fino a 3800 topi. Non c’erano predatori, non c’erano malattie, non c’erano avversità, non c’erano pericoli. Era un’utopia perfetta che serviva a John Calhoun per vedere gli effetti della sovrappopolazione sull’ordinamento sociale dei topi.

    Dalle quattro coppie iniziali di topi ben presto si produssero centinaia e centinaia di topi che iniziarono a organizzarsi dal punto di vista delle gerarchie sociali. Quello che è successo poi è incredibile. Anzitutto la capienza massima di questo spazio, di questo Universo 25, come abbiamo detto, poteva contenere fino a 3800 topi, una capienza che non è mai stata raggiunta. Che cosa è successo? È stata raggiunta la capienza di 2200 topi totale, dal 1968 al 1973. E il 1973 è l’anno in cui morì l’ultimo topo. Sì, si è capito bene quello che ho detto. In pratica questa società di topi perfetta è arrivata all’autodistruzione. Tutti i topi si sono distrutti e uccisi da soli, ma gradualmente.

    Pur avendo risorse infinite, quando i topi erano centinaia e centinaia, si sono raggruppati secondo rigide gerarchie sociali in base al topo che aveva più velocità riproduttiva, cioè il topo che aveva più figli, aveva occupato delle nicchie che rappresentavano una posizione di predominanza sociale. Le scale sociali erano 14, si partiva dalla massima scala sociale, la classe 1, che aveva prodotto 111 figli, fino alla scala 14, la posizione 14, che aveva prodotto 13 figli.

    È da notare una cosa interessantissima: questo Universo 25 era strutturato come il cerchio di una bicicletta, con dei raggi che convergono al centro dello spazio, quindi tendeva a una simmetria radiale. I raggi avevano le nicchie con a sommità le risorse alimentari e così via. È successo questo straordinario fatto: le due classi sociali agli antipodi, cioè quella classe 1 e la classe 14, quella con 111 figli e quella con 13 figli, si sono collocate secondo una simmetria bilaterale, la simmetria che generalmente hanno i mammiferi, destra e sinistra, e non radiale, come cercava di essere l’ambiente circostante. Questo è molto interessante perché la posizione a Nord-Est è quella che ha ospitato la classe sociale 14, quella con meno figli, mentre quella a Sud-Ovest è quella che aveva la posizione sociale più predominante, con il maggior numero di figli. È interessantissimo come la geometria dello spazio abbiano influito sulla struttura sociale dei topi, o comunque come le classi sociali si siano collocate secondo posizioni geografiche, viene da chiedersi se la geometria dello spazio sociale ha interagito con una geometria dell’ambiente e dell’universo o viceversa.

    C’è un’altra questione di estremo interesse. La distruzione totale di questa società di topi è stata graduale. Quando il numero aumentò a dismisura, avendo risorse infinite, non si trovavano a dover lottare per il cibo, ma si sono trovati a lottare per la posizione sociale, cioè per la gerarchia sociale, perché il topo classe 1 con più figli aveva una predominanza sociale, e si imponeva sugli altri, sugli spazi e tutto quello che conseguiva. Quindi hanno iniziato a combattere per la posizione sociale che era limitata, non erano limitate le risorse, ma erano limitate le posizioni sociali. Cosa è successo? Che hanno iniziato a scannarsi, ma non solo, a un certo punto il tessuto sociale, la sovrastruttura sociale, ha iniziato ad alienarsi a tal punto che le femmine scappavano perché i maschi volevano uccidere i figli, ci sono stati atti di cannibalismo, le femmine hanno iniziato a non occuparsi più dei figli, li abbandonavano addirittura, li buttavano via, e quindi c’è stata una disgregazione del tessuto sociale dei topi.

    Poi è successa una cosa stranissima che John Calhoun fa notare. È emerso, a un certo punto, in questo degrado sociale, un certo esiguo numero di topi che lui chiama i “Belli”. I “Belli”, perché li chiamava così? Perché la loro concia non era rovinata dai graffi della lotta. Cos’era successo? Questi topi, un piccolo numero di topi, aveva perso ogni interesse per la vita sociale, non aveva più una sovrastruttura sociale, si limitavano a mantenere le funzioni fisiologiche a livello base, stavano tutto il giorno per conto loro, da soli, non avevano più relazioni sociali e John Calhoun, nel suo articolo in inglese, che si può reperire integralmente e studiare, dice che questi topi, i “Belli”, erano simili agli autistici.

    “High contact rate further fragments behaviour as a result of the stochastics of social interactions which demand that, in order to maximize gratification from social interaction, intensity and duration of social interaction must be reduced in proportion to the degree that the group size exceeds the optimum. Autistic-like creatures, capable only of the most simple behaviours compatible with physiological survival, emerge out of this process.”

    John B Calhoun, Death Squared: The Explosive Growth and Demise of a Mouse Population, 1973

    È interessantissimo questo fatto, perché l’esperimento dell’Universo 25, almeno secondo John Calhoun, produce un’alienazione del tessuto sociale come similmente la descrive Platone nel mito di Atlantide, una società arrivata al culmine del suo sfarzo, della sua ricchezza, in cui un numero esiguo di elementi, che rappresentano le classi sociali dominanti, si fanno la guerra fra di loro portando alla distruzione tutti quanti. Pensiamo al mondo di oggi, o meglio, al mondo di sempre, in cui un manipolo di persone, una dozzina di ricche e potenti casate al mondo, fa la guerra fra di loro portando tutti gli altri alla rovina.

    Ma poi c’è di più, questi “Belli”, questi topi autistici, questi “topi filosofi”, chiamiamoli così, sviluppano un’introspezione per fuggire a una società compromessa, si isolano come compensazione a un’alienazione sociale. Non c’è da stupirsi che questi topi, i “Belli”, si rifiutano di combattere, sviluppando una introspezione estrema, rifiutando una vita sociale. È veramente da credere che l’origine dell’autismo sia questa? Un rifiutarsi intrinseco di scendere a patti con l’alienazione sociale e con la violenza?

    Per quanto mi riguarda, dal momento che anch’io ho una diagnosi di autismo, sono molto affascinato da questa tesi. Sì, io non credo che tutte le persone soggiacciano alla logica del profitto, della sopraffazione e della violenza. Ci sono certi elementi che si rifiutano, consapevolmente o inconsapevolmente, di far parte di un gruppo basato sulla violenza e sulla sopraffazione. L’autismo è una forma di fuga che può prendere una direzione, e diventare un vero e proprio disturbo patologico, oppure prendere un’altra direzione, che è quella dell’elevazione, del rifiutarsi di scendere a patti con ciò che è sopraffazione, con ciò che è logica dell’appartenenza, ovvero inclinare la propria apatia verso qualcosa di molto più elevato e ideale.

    Emanuele Franz

    28.04.2026

    Sei autistico e scrivi? Partecipa al Premio Teipsum, l’unico concorso letterario esclusivamente rivolto alle persone autistiche. Manda il tuo componimento entro il 13 maggio 2026, le premiazioni avranno luogo al Senato della Repubblica. Scarica il bando e la scheda di iscrizione al sito: www.audaxeditrice.com

    Emanuele Franz

    è nato il 14 agosto 1981 a Gemona in Friuli (Italia) e vive a Moggio Udinese.

    È saggista, filosofo, attore e poeta. Si occupa di filosofia e storia delle religioni e ha al suo attivo più di 30 pubblicazioni. Nel 2017 ha pubblicato “La storia come organismo vivente”, un saggio sulla storia universale in cui sostiene una teoria innovativa del tempo. Organizza convegni culturali internazionali (come il convegno Identitas) e i suoi libri sono tradotti anche in serbo “Evropa u sumraku” (“Europa al crepuscolo”), edizioni Prometej, Novi Sad, Serbia 2022, in tedesco “Metaphysik des Baumes” (“Metafisica dell’Albero”), Audax edizioni 2023, inglese “You are One” (“Voi siete Uno”) edizioni Prometej, Novi Sad, Serbia 2023, e russo “Все вы одно” (“Voi siete Uno”), Audax Editrice 2023. Del 2025 è il libro “L’Io autistico. Tra esperienza personale e riflessione filosofica” scritto con gli interventi di Susanna Tamaro, Sergio Zanini, Franco Fabbro e Silvano Tagliagambe.

    www.audaxeditrice.com

  • Grande successo a Sremska Mitrovica per la presentazione di “Preghiere dall’Eremo” del filosofo italiano Emanuele Franz Uroš

    Grande successo a Sremska Mitrovica per la presentazione di “Preghiere dall’Eremo” del filosofo italiano Emanuele Franz Uroš

    SREMSKA MITROVICA (Serbia) – Il giorno 16 aprile 2026, presso la suggestiva cornice della Chiesa ortodossa di Santo Arcidiacono Stefano, si è tenuta la presentazione ufficiale del libro “Preghiere dall’Eremo”, l’ultima opera del filosofo e scrittore italiano Emanuele Franz Uroš.

    L’evento, iniziato alle ore 19:00, ha visto la partecipazione di un parterre di rilievo nel panorama culturale e spirituale locale. Oltre all’autore, sono intervenuti il sacerdote Andrija Avakumović, la scrittrice Mirjana Marković, il diacono Aleksandar Ciganović e l’artista Jovana Batanjac. La serata è stata resa possibile grazie al prezioso supporto dell’interprete Milan Vulin.

    La presentazione di “Preghiere dall’Eremo” – il terzo libro di Franz pubblicato in Serbia – rappresenta una tappa fondamentale nel percorso umano e intellettuale dell’autore e del suo legame profondo con la spiritualità serba. Il sentimento tra Emanuele Franz e la terra serba nasce nel 2022, a seguito di un soggiorno di sei mesi e di un pellegrinaggio al monastero di Hilandar, sul Monte Athos. Proprio a Sremska Mitrovica, Franz ha ricevuto il battesimo ortodosso, intraprendendo da allora un cammino di testimonianza e approfondimento teologico.

    Il volume raccoglie riflessioni nate da una profonda ricerca interiore e dal desiderio di unire la speculazione filosofica alla prassi spirituale dell’esicasmo e della preghiera. Attualmente studente di teologia ortodossa, Franz continua a portare la propria testimonianza attraverso numerosi pellegrinaggi e pubblicazioni, confermandosi un ponte culturale tra l’Italia e la tradizione spirituale balcanica.

  • Generare ciò che non perirà o della generazione eterna. Di Emanuele Franz

    Generare ciò che non perirà o della generazione eterna. Di Emanuele Franz

    Che cos’è la generazione? Cosa vuol dire comunione, unità? L’io e l’altro?

    Noi abbiamo deciso di parlare soltanto di ciò che genera, di fare in modo che la parola sia sempre fruttificatrice di frutti, che la parola sia genitrice: genitore e al tempo stesso figlio. L’uomo si trova di fronte a una scelta: generare ciò che perirà o generare ciò che non perirà. Noi possiamo generare dei figli mortali o dei figli immortali. Un uomo giustamente desidera la felicità, la pace e l’amore: essere curato, accudito, protetto, amato.

    Tuttavia ciò che ha un’origine nobile e santa può prendere una piega orizzontale e generare dei figli orizzontali che moriranno. Poiché questo può diventare un desiderio esclusivamente rivolto a sé stesso, egoistico. La paura è la radice di questo desiderio. Va rovesciata la prospettiva di questo desiderio. Va pensato: cosa io posso fare per proteggere, accudire, donare e curare? Non bisogna pensare: “cosa posso io avere per essere protetto, accudito, curato”, bensì: “cosa io posso fare per curare, proteggere, suturare, accudire?”.

    Oggi le persone fanno figli come mangiare una pizza o bere un caffè, per paura di non essere più. Emanuele Severino nella sua opera *Tautotes* dice che è impossibile che qualcosa sia altro da sé, perché l’essere è e quindi il divenire in senso occidentale è un paradosso, perché significherebbe ammettere che qualcosa, come la legna, diviene qualcosa che non è, come la cenere. Eppure è proprio qui il paradosso che il mondo occidentale non è riuscito a risolvere: come essere contemporaneamente ciò che si è e ciò che non si è. La risposta è la carità. La risposta è la sutura fra l’io e l’altro, fra l’interno e l’esterno. È impossibile questa sutura pensando esclusivamente a un rivolgimento interiore.

    Il figlio orizzontale muore, il figlio verticale è eterno. Generare un figlio verticale significa non pensare a quello che io posso fare per essere protetto, accudito, curato e amato, ma cosa io posso fare per accudire, proteggere, amare. “Fuori di noi”: fa paura questa espressione. “Fuori di noi” fa paura perché è l’annientazione di tutto il mondo interno. Ma se noi pensiamo che nell’altro non c’è l’altro, ma c’è il noi, abbiamo veramente la sutura, la congiunzione, quella che Emanuele Severino in *Tautotes* (in greco l’identità) considerava il paradosso del mondo occidentale.

    È nell’altro il mondo interno ed è nell’io il mondo esterno. Sono demarcazioni che ci sono state propinate come convenzioni, ma vanno rovesciate. Il mio io è altrove.

    La purezza, la genuinità, l’innocenza non sono in prototipi convenzionali, ma sono in gesti, in sorrisi, bagliori soffusi. Non c’è niente che puoi fare per essere innocente. È soltanto un bagliore l’innocenza. È inaspettata l’innocenza. Può essere innocente il più efferato dei criminali, se come il buon ladrone dice: “tu sei il figlio di Dio”, se come Longino dice: “tu eri veramente il figlio di Dio”. Essi erano criminali come la prostituta che il Cristo ha salvato. Cos’è l’innocenza? È il gesto imprevedibile. Non può essere fatto niente per ottenere l’innocenza. Il bambino non è innocente. Il criminale può diventare innocente se riconosce che la verità si è fatta carne. Per questo tutti siamo salvati senza meritato motivo.

    Quindi quando noi desideriamo una moglie non dobbiamo cercare un’infermiera, una badante, qualcuno che suturi la ferita, perché altrimenti questo è un pensiero egoistico. La donna sancisce il tempo, il *ductus*, ma il tempo è perdizione e mortalità. Superare la mortalità e il tempo significa pensare a cosa io posso dare, non a quello che io posso avere. Noi abbiamo tutti uno strumento sacrosanto, che è il potere di ripensarci, di reinterpretarci con dei gesti di gentilezza totalmente gratuiti e anonimi. Possiamo sistematizzare il dono nella gratuità. Irrazionale, possiamo scardinare l’universo, sistematizzare la gentilezza senza alcun tornaconto.

    Ogni presunto maestro di questa terra verrà da te e ti dirà: “Tu puoi avere, puoi avere saggezza, puoi avere coscienza, puoi avere libertà”. Ma chi viene da te e ti dice: “Tu perderai, perderai questo, perderai la tua dignità, perderai la tua ricchezza”? Uno solo in tutta la storia ha detto: “Tu se mi seguirai perderai, ma troverai”. Questo era colui che ha fatto del Logos la carne. È uno sconvolgimento. Perché tutti dicevano prima di lui: “Avrai”. Lui ha detto: “Perderai”. Tutti hanno parlato del proprio consimile, della propria famiglia, della propria patria, del proprio popolo, del proprio clan. Ma chi ha detto: “Il tuo nemico avrà e tu perderai”? È impossibile per la ragione questo, perché la ragione vuole di più. Ma cosa vuole di meno è una forza veramente al di là della ragione. E questo è il segreto dell’incontro dell’altro.

    Non si può pensare che l’amore sia soltanto trovare una consorte che ti cura le ferite, perché tutti gli amori tramonteranno in questo modo. Ma fondare l’amore che è esistito tre volte in tutta la storia, tre volte, è pensare: “Torchiami come in un torchio, spremi quel seme da cui esca un olio e dallo all’altro”. Questa parola vuota e piena al tempo stesso. Allora avviene la sutura, ma è esistita una sola volta questa sutura, quando colui che tutto poteva si è reso colui che niente poteva, colui che era tutto lo spazio era in una culla.

    Emanuele Franz

    27 marzo 2026

  • Individuo e totalità. Di Emanuele Franz

    Individuo e totalità. Di Emanuele Franz

    Individuo e totalità. Di Emanuele Franz

    Individuo deriva etimologicamente da indivisibile, cioè in- (“non”) e dividuus (divisibile). Individuo che in greco è ἄτομος átomos, indivisibile appunto, cioè alfa privativo e tomé che vuol dire dividere. Quindi individuo ha la stessa etimologia di atomo, secondo la nozione degli antichi. Quindi un nocciolo indivisibile.

    È chiaro che il problema così posto implica sicuramente quello del confine, cioè del confine fra un mondo interno, che è quello dell’individuo, e un mondo esterno, che è quello dell’ambiente. Il problema del soggetto e dell’ambiente che è un problema millenario.

    Noi possiamo dire: da qui in avanti inizia l’individuo, cioè una sfera indivisibile, e invece di lì indietro c’è l’ambiente, tutto ciò che è fattore mutabile, frammentario, cioè divisibile, e questo lo possiamo fare per la nostra capacità di dividere il mondo in comparti.

    Ritengo che il problema del confine consista, in questo caso, nello stabilire dove inizia l’individuo e dove finisce l’individuo. Perché noi possiamo definire l’individuo, e di conseguenza l’ambiente, solo una volta che abbiamo definito cos’è questo confine. Il problema è che se tentiamo di definire questo confine non arriviamo a qualcosa di chiaro e demarcato, esso è indefinibile, non c’è una demarcazione precisa, esatta.

    Le cose si complicano se ricordiamo la metafora che usa Leibniz parlando di uno stagno pieno di pesci.

    “C’è un mondo di creature, di esseri viventi e di animali, di entelechie di anime – anche nella più piccola porzione di materia. Ogni porzione di materia può essere concepita come un giardino pieno di piante, o come uno stagno pieno di pesci. Ma ciascun ramo delle piante, ciascun membro dell’animale, ciascuna goccia dei loro umori, è a sua volta un tale giardino o un tale stagno. E sebbene la terra e l’aria interposta tra i pesci dello stagno non siano né piante né pesci, esse tuttavia contengono ancora altre piante e altri pesci, ma perciò più in forma sottile a noi impercettibile. Sicché non c’è nulla di incolto, di sterile, di morto nell’universo”

    Leibniz, Monadologia

    Quindi, se tu stabilisci il confine, ti trovi di fronte ad infiniti universi infiniti.

    Il problema dell’individuo si pone in sostanza su un altro livello: quello del discreto e del continuo. Se intendiamo l’universo come discreto, ovvero sia divisibile fra ambiente esterno e ambiente interno, è tutto più facile, però a questo punto il “confine” diventa una mera convenzione. Noi stabiliamo convenzionalmente dove esso ha inizio e fine. Allora le cose funzionano, perché è una convenzione. Ma dal punto di vista epistemologico non possiamo stabilirle ontologicamente dove si trova questo confine, senza tirare in ballo la meccanica quantistica che conferma sostanzialmente quello che diceva Leibniz, perché non si arriva mai a un punto finale andando profondamente addentro alle cose.

    Poniamoci invece su dimensioni che sono più prossime alla nostra vita, quella della nostra dimensione umana. Il soggetto, io Emanuele, tu Adriano, siamo indivisibili? Pensiamo al fatto che quando un uomo muore, può accadere che un suo organo sopravvive in un altro uomo, ad esempio con un trapianto. Cosa dobbiamo dire di questo caso? L’individualità è pur stata divisa, cioè il cuore è morto e il fegato è ancora vivo, una parte è stata portata in un’altra persona. Quindi abbiamo il problema dei problemi. Può qualcosa vivere non in sé ma fuori di sé?

    È un rapporto vicendevole, di diverse posizioni e prospettive. L’ambiente crea l’individuo o è l’individuo a creare l’ambiente? Qui si può andare su un estremo che è quello del solipsismo in cui si dice: c’è solo l’individuo, anzi c’è solo un individuo. Per di più uno potrebbe dire: ci sono solo io che sto parlando. E allora in questa posizione estrema dove va a finire l’ambiente? Semplicemente non c’è più. L’ambiente viene coibentato all’interno dell’individuo. Avviene l’intuarsi del sé, ovvero io divento te. Come voleva anche lo shivaismo del Kashmir del IX secolo, la cosiddetta realtà esterna è un bagliore della nostra coscienza.

    Questo è il grande tema filosofico dell’altro, Michel Foucault parlava della sensazione dell’io che si estingue nell’infinita assolutezza dell’altro. È un discorso che chiama in causa veramente tutta la storia del pensiero: l’io e l’altro, l’interno e il mondo.

    Dovremmo uscire da questa logica binaria e duale dell’interno ed esterno, dell’io e del altro.

    Dobbiamo partire dal presupposto che ci è stato dato un apparato linguistico e non riusciamo a dare una risposta esaustiva al problema dell’individuo a causa del nostro apparato linguistico.

    Ma se guardiamo il problema da una prospettiva meta linguistica, come amava fare Borges nei suoi racconti, ci accorgiamo del potere di creare la realtà che abbiamo a partire dalle funzioni linguistiche. Ad esempio, possiamo prendere “un pezzo” di sensazione presa qui e metterla insieme a “un pezzo” di sensazione presa là e generare un contenuto nuovo, sia per la coscienza che per la realtà. Per esempio io adesso posso prendere questo riverbero di luce che mi arriva agli occhi, e lo separo da ciò che lo accompagna, lo decontestualizzo volontariamente, lo dissocio, per poi riassociarlo alla sensazione di durezza del tavolo sulle dita e, perché no, anche ad un eco lontano magari un cane che abbaia, o un fruscio. Ecco, tre sensazioni distinte con distinte provenienze vengono dissociate dalla loro provenienza, e le mettiamo insieme in una sola parola che ci inventiamo, ad esempio “znuck”, che di per sé non vuol dire nulla, ma nel nostro atto creativo diventa una realtà, un concetto nuovo. Noi possiamo creare una sensazione che in questo caso non è più importa all’interno dal mondo esterno, ma è viceversa imposta al mondo esterno dal mondo interno.

    Se la convenzione sociale ci ha dato, in modo atavico, la possibilità, nella comunità, nella storia, di vivere passivamente la realtà, possiamo anche decostruire tutta la realtà e costruirla da capo.

    E allora noi facendo così ci accorgiamo che c’è una volontà che può farlo. E questa volontà, forse, è la risposta al problema.

    Essa è l’apparato linguistico che ci manca per creare una realtà, per creare un mondo. È una volontà che non è quella individuale. È una volontà, anzitutto, che deve distruggere prima ancora di creare. Perché quella che ci è stata insegnata a essere la volontà non è la volontà. È soltanto un appannaggio del desiderio, una velleità, un meccanismo biologico che vuole avere di più, vuole avere più calore, vuole quella banale sensazione di conforto. Ma la volontà di decostruire e ricostruire supera il limite dell’apparato linguistico mancante su questo problema di interno e esterno. Noi chiamiamo a risposta di questo annoso problema i poeti che avevano questa capacità di creare. E quindi sì, questa volontà non è la volontà di un soggetto, è una volontà che è una forza capace di trovare la perfetta sintesi di distruzione e creazione.

    Questa forza ci sfugge dalle mani perché la nostra conformazione, prevalentemente linguistica, ha questo limite.

    Nella volontà sovraindividuale effettivamente potremmo trovare la risposta al problema dell’individuo. E potremmo effettivamente ricostruirlo, potremmo pensare a individui che sono intersoggettivi, potremmo pensare a individui che coinvolgono parte della nostra sfera e della nostra sensazione, magari solo parzialmente. Ad esempio, negli ultimi due giorni abbiamo avuto sensazioni, impressioni, emozioni che si ricollegano e si associano a impressioni, emozioni, pensieri avuti da un altro individuo, oppure in un’altra epoca, in un altro tempo, possiamo immaginare che agglomerati di sensazioni ed emozioni, quindi ricostruiti, appunto, ricomposti, formano un soggetto altro. Quindi ci rendiamo conto che le potenzialità di pensare l’individuo in questo modo sono al di là dell’inimmaginabile.

    Il problema di individuo e totalità è un problema prevalentemente linguistico, perché ci è stato dato un apparato linguistico che noi accettiamo supinamente. Però nessuno ci vieta di ripensarci linguisticamente, sia come individui sia come soggetti.

    Emanuele Franz

    04.03.2026

  • Udine e il paradosso dell’inclusione: se premiare il talento autistico diventa “discriminatorio”

    Udine e il paradosso dell’inclusione: se premiare il talento autistico diventa “discriminatorio”

    A Udine l’inclusione ha preso una piega decisamente creativa, trasformandosi in un cortocircuito logico degno di un romanzo di Kafka. Il Comune ha infatti negato il patrocinio al premio letterario Teipsum, il primo concorso nazionale dedicato esclusivamente a scrittori nello spettro autistico. Il motivo? Secondo l’Assessore alla Cultura Federico Pirone, l’iniziativa sarebbe “escludente” poiché non aperta a tutti.

    In un mondo che si riempie la bocca di “valorizzazione delle diversità”, l’amministrazione friulana sembra aver confuso l’uguaglianza con l’omologazione. Sostenere che un concorso per neurodivergenti sia discriminatorio verso i neurotipici è un po’ come vietare le Paraolimpiadi perché escludono gli atleti che sanno correre sulle proprie gambe.

    Quando la forma cancella la sostanza

    Le parole dell’Assessore sono state nette: l’amministrazione non appoggerebbe iniziative che prevedono “esclusioni”.

    “Mi trovo nella posizione di non poter approvare questa concessione in quanto trattasi di un concorso letterario dedicato a una specifica categoria di persone e non aperto a tutti. L’amministrazione comunale, infatti, per sua scelta e in conformità con le sue politiche, non appoggia iniziative che prevedono delle esclusioni.”

    Sono queste le parole dell’Assessore alla Cultura del Comune di Udine Federico Pirone nel rifiutare il Patrocinio morale al premio letterario Teipsum, il primo concorso letterario nazionale rivolto esclusivamente a scrittori nello spettro autistico e presentato al Senato della Repubblica questo 11 febbraio.

    Una posizione che solleva un dubbio spontaneo: d’ora in avanti il Comune di Udine negherà il supporto anche alle quote rosa, ai premi per giovani under 30 o alle iniziative per la disabilità motoria? Se il criterio è la “non esclusione”, allora ogni categoria protetta o specifica diventa, per assurdo, un club privato da non sostenere.

    Emanuele Franz, l’editore friulano che ha ideato il premio per scardinare i pregiudizi sulla neurodivergenza, ha risposto con una logica schiacciante:

    “Pretendere di valutare le capacità comunicative di una persona autistica con gli stessi metri di giudizio degli altri è come valutare un pesce per la sua capacità di volare.”

    Il “peccato” di dare voce a chi è invisibile

    Il premio Teipsum nasce per trasformare la radice autos (stesso) in una chiave di espressione interiore. L’obiettivo è celebrare una creatività che spesso viene catalogata come “disturbo” e mai come “talento”.

    Definire questo atto di giustizia poetica come un gesto che “esclude” non è solo un errore amministrativo; è un segnale preoccupante di quanto la politica possa essere distante dalla realtà quotidiana delle persone fragili. Se per includere tutti dobbiamo smettere di ascoltare le voci specifiche di chi ha più difficoltà a farsi sentire, allora forse abbiamo smarrito il significato stesso di comunità.

    Alla fine, resta una domanda: è davvero più inclusivo ignorare le differenze o celebrarle con uno spazio dedicato? A Udine, pare che la risposta corretta sia l’indifferenza collettiva.

    La redazione De Il Giornale Filosofico

  • Il tempo come soggetto vivente: il germoglio del tempo. Di Emanuele Franz

    Il tempo come soggetto vivente: il germoglio del tempo. Di Emanuele Franz

    Il tempo della vita individuale e il tempo universale sono due tempi e indicano il tempo interno e il tempo esterno, che devono essere messi in riflessione nel modo seguente. Entrambi i tempi non sono tempi statici, ma sono tempi in movimento, così come lo spazio non è gesso, una colata di piombo o di cemento, non si può immobilizzare lo spazio e il tempo dicendo: “quello è lo spazio e quello è il tempo”. Essi hanno un’attività; dobbiamo pensare al tempo, e conseguentemente allo spazio, come un’attività. E oserò dire di più: dobbiamo pensare al tempo come un soggetto, un soggetto specifico e addirittura autonomo da noi.

    Immaginiamo la nostra infanzia, noi che cresciamo. Abbiamo un soggetto che assume delle funzioni che interloquiscono con noi. Non dobbiamo immaginare che dall’anno zero, quindi da quando siamo nati a oggi, ci sia una linea, così come una stanza vuota che viene riempita e che il novero del tempo sia un fatto statistico, un calcolo, un riempimento. Noi non riempiamo qualcosa che prima era vuoto. Un’altra cosa da dire è che quando noi diciamo: “sono passati cinque anni da quella volta che mi sono innamorato”, per esempio, noi facciamo un errore nell’immaginare questo tempo come un qualcosa di ingessato, ovvero questa fatidica linea. È un’immagine fuorviante. L’immagine più autentica è quella di immaginare che in quell’epoca della nostra vita vi era un soggetto che aveva da dirci qualcosa, così come io adesso parlo con due miei amici. Quella volta l’epoca della nostra esistenza era un soggetto che ci stava parlando. Se noi ci abituiamo a pensare al tempo in questo modo, abbiamo ovviamente un’immagine completamente diversa da quella che ci viene insegnata a scuola.

    Nella mia proposta del tempo iniziale io proposi la visione del tempo come un organismo vivente e la metafora di riferimento era quella di un corpo umano, poiché i polmoni hanno una funzione precisa nella dinamica complessiva di un organismo vivente. Portano l’ossigeno assolve un compito specifico, le vene portano il sangue, il sistema nervoso porta la volontà. Quindi immaginavo che ogni epoca dell’intera storia universale avesse funzioni fisiologiche precise, ad esempio l’epoca romana introduce il concetto di voluntas che è del tutto assente nell’epoca greca e così via. Quindi ho proposto come metafora quella del corpo umano.

    Recentemente però, mentre mi trovavo al monastero benedettino dei Camaldoli a San Gregorio al Magno a Roma, ho avuto un’altra potente immagine del tempo, sempre come organismo vivente, ma come un albero che, mentre all’inizio è appena spuntato dal terreno, come un timido seme di un alberello che prende vita, dopo tre ore di assisa preghiera in silenzio, ho visto quell’albero del tempo coprire e riempire tutta la cappella della chiesa. Ogni ramo aveva gemme che gemmavano a loro volta. In questa visione ho capito che le gemme dell’albero del tempo sono dei momenti della nostra esistenza, sia individuale che universale, momenti che comunicano con gli altri, perché una singola gemma non è isolata, non è un universo chiuso. Comunica e trasmette informazioni, quindi rimane valido quello che avevo proposto con l’organismo temporale visto come corpo umano. Ma qui c’è un elemento in più che è la viriditas, cioè l’elemento verde del vegetale, cioè della linfa.

    Quando si dice, per esempio: “dieci anni fa ero innamorato di quella ragazza, adesso è cambiata la mia vita”, dobbiamo dire che quella parte di noi, di quell’epoca, si è resa del tutto autonoma da noi, essa è un soggetto vivente, che è come una gemma in quest’albero, che sta ancora parlando con noi. Per cui non solo il passato comunica con noi, ma anche noi possiamo comunicare con questa gemma. Dobbiamo immaginare il tempo come un soggetto terzo col quale noi parliamo, è il tertium datur. Infatti io spesso sogno che sono un bambino e mi tengo in braccio e mi parlo da solo. Quindi è possibile trasmettere informazioni nel nostro passato e cambiare il passato.

    Non ha senso dire: “da quell’epoca sono passati quattro anni”. Un’epoca non inizia e dura un anno o due. Un’epoca è una gemma che ha un cuore, un “campo” che è attivo fin tanto che essa deve sbocciare. Quindi se noi, in quell’epoca della nostra vita, abbiamo avuto una relazione vivente con questo soggetto terzo che doveva darci quell’insegnamento, portarci a quella maturazione, arrivare a quel frutto, questo può durare anche solo 5 minuti, oppure 20 anni. Per questo non ha senso contare il tempo come ci insegnano a scuola: un mese, due mesi, tre anni. Ha senso capire cosa vuole farci maturare quell’epoca parlandoci individualmente.

    Nell’arco complessivo dell’albero del tempo, se noi riuscissimo a vedere tutti i bagliori di tutte le gemme del tempo nella planimetria globale del soggetto temporale vivente, allora noi avremmo giorno dopo giorno, istante dopo istante, anno dopo anno, l’accesso intimo a un’attività vivente che non siamo noi a vivere, ma è lei a vivere noi. A quel punto non ha più senso dire “sono nato e sono morto”, perché ogni gemma in qualche modo sboccia nella successiva, quindi trova il compimento di sé fuori di sé, essa non è un universo chiuso. La fase della vita è servita perché ti ha portato a quella maturazione, e se non ti porta in quella successiva vai in cancrena e il ramo rinsecchisce. E come il tempo trabocca e si inanella di gemma in gemma anche tu devi andare fuori di te, in una planimetria vivente complessiva. Lo spazio racchiuso da ogni singolo germoglio è la creatura orante che porta con sé tutto il verde dell’albero. Il mantello olivato di tutto lo spazio è preghiera inverata nel singolo. Uno, sbocciato, è il tutto dischiuso. Qui, rugiadosi, per noi l’immortalità non sarà una parola più paurosa, più utopica, più irraggiungibile di quanto non sia una tisana al tè verde. Sarà come la tisana delle cinque. L’immortalità non sarà appannaggio irraggiungibile, ma sarà la consuetudine di chi ha riconosciuto nel tempo l’attività vivente universale.

    Emanuele Franz

    19.02.2026

  • Il frutto non è nel seme. Riflessioni su un inganno millenario. Di Emanuele Franz

    Il frutto non è nel seme. Riflessioni su un inganno millenario. Di Emanuele Franz

    Le “cause profonde”, si sente spesso dire. E che cosa si intende con un’espressione così ambigua, così vuota, così totalmente priva di sostanza? Le cause profonde. Dobbiamo risalire alle origini dell’universo e tracciare i fili di tutte le cause e le concause per capire perché ci fa male un ginocchio? La pretesa di collegare delle premesse e delle conclusioni è di un’arroganza gnoseologica infinita. Da quanto ne sappiamo, infatti, da cause medesime possono conseguire milioni di effetti totalmente diversi gli uni dagli altri. Non possediamo nessuna lente di ingrandimento per tracciare un filo diretto dalle cosiddette cause ai cosiddetti effetti, perché le stesse condizioni di partenza potrebbero aver sortito gli effetti più disparati. Non possiamo dimostrare in alcun modo che proprio da quelle cause sono conseguiti quegli effetti, e che invece non sia, invece, il contrario, cioè che gli effetti, quegli effetti, si stanno opponendo a quelle cause.

    Io credo sostanzialmente che questa teoria millenaria, che nel seme ci sia il frutto, sia una delle più grandi imposture della cultura occidentale. Dalla potenza non consegue assolutamente per forza di cose l’atto e non esiste alcun processo che conduce dalle cause agli effetti. Non esiste nessun fil rouge che collega delle premesse a qualsivoglia effetto finale. È un processo inferenziale menzognero costruito dalle convenzioni umane.

    Il frutto non è nel seme, un seme non nutre come il frutto. È l’albero che brucia e riscalda, non il seme. Non c’è niente nel seme, niente. È solo nell’atto che sta la realtà. Nell’atto. Negli effetti.

    Il pretendere di risalire all’indietro nelle concause universali significa precipitare in una separazione patologica della realtà con le sue mistificate origini. Perché si cade nella gnosi, si cade nel platonismo, si cade nella negazione di ciò che vedono gli occhi. Ciò che vedono gli occhi, ciò che tu puoi toccare con la mano, cioè l’atto, l’effetto, il frutto.

    Non abbiamo nessuna sfera magica per risalire alle cause originarie delle cose, quello che esiste sono gli effetti. Un frutto lo mangi, un seme no, un albero ti scalda se lo bruci, o ti siedi se ci fai una sedia, ma con un seme non ci fai nulla, muori di freddo. Quello che la mano può toccare sono gli effetti, quello che l’occhio può vedere è la realtà.

    Emanuele Franz

    29.01.2026

  • L’eterno ritorno dell’identico e la sutura tra essere e divenire. Di Emanuele Franz

    L’eterno ritorno dell’identico e la sutura tra essere e divenire. Di Emanuele Franz

    L’istante che contiene tutto lo spazio è il Logos.

    Friedrich Nietzsche, il 14 agosto del 1881, parlò dell’eterno ritorno dell’identico. La parolina magica è “l’identico” perché, a differenza dei cicli degli stoici o della palingenesi o delle ere di Brahma di cui parlavano gli induisti, la parola veramente magica è “identico”. Vuol dire che io e te abbiamo avuto questa stessa conversazione infinite altre volte, in modo identico. Ovviamente Nietzsche, il 14 agosto del 1881, non ha retto il colpo di un pensiero così universale, così devastante. Infatti, poi il suo sistema nervoso si è abbrustolito come due tozzi di pane nel tostapane, perché il suo sistema nervoso ha avuto un cortocircuito. Però cosa ha fatto, unico fra i mortali? Lui ha trovato il punto di sutura fra l’essere e il divenire. Questo punto di sutura lui è riuscito a trovarlo senza menzionare Gesù Cristo. Forse proprio per questo è impazzito, perché non ci può essere redenzione senza Gesù Cristo.

    Bisogna dire però che io che sto facendo questo discorso ho preso un’esistenza carnale su questa terra il 14 agosto del 1981, esattamente un secolo dopo a questo pensiero di Nietzsche, almeno se vogliamo prendere atto della lettera che ha scritto a Peter Gast il 14 agosto del 1881, in cui dice che lui ha avuto un pensiero così alto, così eterno, che era a 6.000 piedi da ogni cosa umana. Si riferiva all’eterno ritorno dell’identico. Non sappiamo se la passeggiata a Sils Maria nella quale ha avuto l’intuizione è avvenuta proprio quel giorno, il giorno prima, la notte… Fa fede questa lettera che ha scritto a Peter Gast il 14 agosto.

    Ora veniamo a Borges, lo scrittore argentino. Borges racconta, in uno dei suoi celebri racconti, di un condannato a morte davanti al plotone di esecuzione. Quando hanno già sparato per ucciderlo, chiede a Dio una grazia: il tempo necessario per completare la sua opera che stava scrivendo, perché sarebbe stato come un delitto morire senza aver terminato questa opera. Allora Dio gli concede l’intera eternità, quando il proiettile era appena davanti al suo volto. Mancava proprio un infinitesimo d’istante per la pena capitale. Dio gli concede l’eternità per terminare la sua opera, ovviamente doveva terminarla mentalmente, l’opera che aveva concepito. E quindi quest’uomo deve concepire un’opera eterna. Perché, attenzione alla sottigliezza: appena ha terminato la sua opera, il proiettile riprende il corso temporale e arriva alla sua testa, lo perfora e muore. Borges è uno dei più grandi iniziati nel XX secolo: bisogna prendere le folgorazioni di Nietzsche e metterle insieme con quelle di Borges per avere la risposta finale. L’opera che deve completare quest’uomo deve essere per forza eterna affinché la vita, diciamo, sia eterna. E questa è farina del mio sacco, poiché vanto il privilegio di essere nato esattamente un secolo dopo il pensiero di Nietzsche.

    L’eterno ritorno dell’identico rappresenta sì la vera sutura, però l’identico non si realizza dopo miliardi di anni, come pensava Nietzsche, che ha fatto anche studi scientifici per dimostrarlo, o come vuole la scienza oggi, intendendo la materia come una serie di combinazioni che si ripetono, come in un mazzo di carte mescolato all’infinito, nel quale a lugo andare le situazioni di partenza si devono per forza ricombinare nel modo identico dopo miliardi di miliardi di miliardi di tentativi. Non è questa la risposta. La risposta va cercata proprio nel racconto di Borges, cioè l’infinità delle situazioni identiche ha luogo non negli eoni cosmici, ma nello stesso istante. È nello stesso istante che c’è l’altare delle miriadi di situazioni identiche. Nella situazione in cui ci troviamo adesso è l’istante, quella fatidica porta carraia dove Nietzsche ha le visioni dell’attimo (o anche il nano sulla porta carraia) e dove l’uomo spezza la testa del serpente (Nietzsche annuncia l’eterno ritorno per enigmi, l’uomo spezza la testa del serpente allude all’Uroboros, l’anello eterno del tempo che viene spezzato).

    L’eterno non si ripete identico nel ciclo degli anni di Brahma, ma nello stesso istante, cioè in questo istante in cui io sto facendo questo discorso è sì ripetuto miliardi di miliardi di miliardi di volte, nel senso che mentre io dico queste parole tutta la storia dell’universo sta avendo luogo. Mentre sto parlando, Giulio Cesare, Attila, le conquiste dei Normanni, le disperazioni degli ultimi in Sud America, dei pellegrini, le gioie ed Alessandro Magno sulle foci dell’Indo che si disseta, primo fra gli uomini dell’Ovest. Tutte queste cose stanno avendo luogo, non negli eoni cosmici, ma in questo istante. E quindi sì, ha ragione Nietzsche a dire che la sutura è avvenuta in questo eterno ritorno dell’identico, ma sbaglia nel darne un’interpretazione astrofisica. Bisogna inserire proprio questo racconto di Borges per comprenderne la portata. Se si inserisce in un unico insieme la visione di Nietzsche e il racconto di Borges, si ottiene una e una sola risposta. La sutura si chiama Gesù Cristo. È Cristo che sutura l’essere e il divenire. Nietzsche è impazzito perché non è riuscito a usare questo nome, a usare la parola Gesù Cristo. Quindi tutta la storia dell’universo si sta realizzando in questo stesso istante che porta seco tutti gli universi possibili. Ma perché? Perché io, con l’interlocutore col quale sto parlando adesso, sto trasmettendo, con la mia parola, che è Logos, un dono che non può avere termine. L’istante che contiene tutto lo spazio è il Logos. È per questo che io, con la parola, non do un frammento di universo, ma do l’infinita reiterazione della verità che una volta sì è stata crocefissa, ma ora, con una mia sola parola, prende vita infinite volte ancora.

    Emanuele Franz

    17 gennaio ’26

  • -Pellegrinaggio nel deserto del Sahara- il nuovo libro del filosofo Emanuele Franz

    -Pellegrinaggio nel deserto del Sahara- il nuovo libro del filosofo Emanuele Franz

    Esce oggi con Audax Editrice il nuovo libro del filosofo e storico delle religioni Emanuele Franz dal titolo: -Pellegrinaggio nel deserto del Sahara
    2000 chilometri dall’oracolo di Ammone al più antico monastero cristiano del mondo-. Attraversare il deserto del Sahara alla ricerca della sapienza originaria del cristianesimo antico fra templi e monasteri millenari. È questo il progetto che il moggese Emanuele Franz, filosofo, poeta e storico delle religioni, ha deciso di intraprendere: un pellegrinaggio di 2000 chilometri fra le sabbie del deserto toccando i punti più cruciali della storia della religione cristiana e non solo. Dall’oasi di Siwa, nel deserto libico, fino al Monastero di Sant’Antonio il grande, il fondatore del monachesimo, e al monastero di San Paolo di Tebe, il primo eremita cristiano. Situati nel deserto orientale, non distanti dal Mar Rosso, sono i più antichi monasteri cristiani del mondo.
    Il testo, con prefazione di Padre Ambrogio Cassinasco, contiene 35 illustrazioni a colori e ha un prezzo di copertina di 17 euro e può essere ordinato sul sito della casa editrice http://www.audaxeditrice.com

  • IL MITO D’ANNUNZIANO SVELATO! Corso in 4 Incontri con Tobias Fior, L’Esperto del Vate – TOTALMENTE GRATUITO

    IL MITO D’ANNUNZIANO SVELATO! Corso in 4 Incontri con Tobias Fior, L’Esperto del Vate – TOTALMENTE GRATUITO

    Sei pronto a immergerti nella figura più affascinante e complessa della cultura italiana? L’Università delle LiberEtà di Udine ti offre un’opportunità unica e imperdibile: un corso di approfondimento tenuto da uno dei massimi specialisti in materia.

    Il corso “Gabriele d’Annunzio: vita e letteratura” sarà condotto da Tobias Fior, studioso dannunziano e autore di importanti monografie sulla figura del Vate. Avrai l’occasione di apprendere direttamente da chi ha dedicato la sua ricerca a svelare i segreti dell’arte e della vita dannunziana.

    Il corso “Gabriele d’Annunzio: vita e letteratura” sarà condotto da Tobias Fior, studioso dannunziano e autore di importanti monografie sulla figura del Vate. Avrai l’occasione di apprendere direttamente da chi ha dedicato la sua ricerca a svelare i segreti dell’arte e della vita dannunziana.

    Il Percorso: Tra Vita e Superuomo

    Università delle LiberEtà di Udine – Codice corso 731
    Parte da martedì 25 novembre, ore 10.00-11.00

    In quattro incontri intensivi, il corso (Codice 731) esplorerà l’intera parabola biografica e artistica di d’Annunzio, mettendo in dialogo la sua esistenza e la sua vasta produzione letteraria:

    • Dalle liriche giovanili ai romanzi del Superuomo.
    • Dalle prose d’estetismo alle pagine memorialistiche.
    • Focus sui temi chiave: la bellezza, l’eros, l’eroismo e l’inarrestabile mito dell’io.

    Questo è un viaggio pensato non solo per conoscere l’autore, ma per comprendere il mito dannunziano che ha plasmato il Novecento.

    Due motivazioni fondamentali per non mancare:

    1. ACCESSO GRATUITO: La partecipazione all’intero ciclo di lezioni con l’esperto Tobias Fior è offerta completamente a titolo gratuito.
    2. ATTESTATO RILASCIATO: Sarà rilasciato un Attestato di Partecipazione che certifica il tuo approfondimento su questa figura cruciale.

    Iscrizioni
    Per iscriversi è sufficiente inviare una mail a iscrizioni@libereta-fvg.it) indicando nell’oggetto: nome + cognome + codice corso (731).

    Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi alla segreteria dell’Università delle LiberEtà di Udine.