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IL MITO D’ANNUNZIANO SVELATO! Corso in 4 Incontri con Tobias Fior, L’Esperto del Vate – TOTALMENTE GRATUITO

Sei pronto a immergerti nella figura più affascinante e complessa della cultura italiana? L’Università delle LiberEtà di Udine ti offre un’opportunità unica e imperdibile: un corso di approfondimento tenuto da uno dei massimi specialisti in materia.
Il corso “Gabriele d’Annunzio: vita e letteratura” sarà condotto da Tobias Fior, studioso dannunziano e autore di importanti monografie sulla figura del Vate. Avrai l’occasione di apprendere direttamente da chi ha dedicato la sua ricerca a svelare i segreti dell’arte e della vita dannunziana.
Il corso “Gabriele d’Annunzio: vita e letteratura” sarà condotto da Tobias Fior, studioso dannunziano e autore di importanti monografie sulla figura del Vate. Avrai l’occasione di apprendere direttamente da chi ha dedicato la sua ricerca a svelare i segreti dell’arte e della vita dannunziana.
Il Percorso: Tra Vita e Superuomo
Università delle LiberEtà di Udine – Codice corso 731
Parte da martedì 25 novembre, ore 10.00-11.00In quattro incontri intensivi, il corso (Codice 731) esplorerà l’intera parabola biografica e artistica di d’Annunzio, mettendo in dialogo la sua esistenza e la sua vasta produzione letteraria:
- Dalle liriche giovanili ai romanzi del Superuomo.
- Dalle prose d’estetismo alle pagine memorialistiche.
- Focus sui temi chiave: la bellezza, l’eros, l’eroismo e l’inarrestabile mito dell’io.
Questo è un viaggio pensato non solo per conoscere l’autore, ma per comprendere il mito dannunziano che ha plasmato il Novecento.
Due motivazioni fondamentali per non mancare:
- ACCESSO GRATUITO: La partecipazione all’intero ciclo di lezioni con l’esperto Tobias Fior è offerta completamente a titolo gratuito.
- ATTESTATO RILASCIATO: Sarà rilasciato un Attestato di Partecipazione che certifica il tuo approfondimento su questa figura cruciale.
Iscrizioni
Per iscriversi è sufficiente inviare una mail a iscrizioni@libereta-fvg.it) indicando nell’oggetto: nome + cognome + codice corso (731).Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi alla segreteria dell’Università delle LiberEtà di Udine.
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“L’autismo è Genio, non menomazione”. Al Senato della Repubblica l’appello di Emanuele Franz

Il filosofo friulano denuncia l’inclusione virtuale e non reale delle neurodivergenze
Roma, 6 novembre 2025 – La Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica ha ospitato la conferenza stampa “Autismo e inclusione: scrivere e raccontare per comprendere”, promossa su iniziativa del senatore del Movimento 5 Stelle, Luigi Nave.
Protagonista centrale dell’incontro è stato Emanuele Franz, filosofo friulano eccentrico e poliedrico. Autore prolifico con oltre 40 volumi di poesia e filosofia, viaggiatore e sperimentatore, Franz ha trasformato la scoperta della propria condizione autistica in una potente campagna sociale.
Franz sfida la narrazione comune, sostenendo che l’autismo non è sinonimo di menomazione, ma di un intrinseco potenziale creativo. La sua azione mira a invitare la società a ripensare l’inclusione delle neurodivergenze in una chiave più efficace e reale, e non solo virtuale.
L’autore ha richiamato l’attenzione sull’urgenza di affrontare, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca, il tema degli abusi e delle violenze subiti dai soggetti divergenti, sottolineando come il soggetto autistico non è di per sé “malato”, ma diviene sofferente in un mondo che non è pensato per la sua neurotipologia. Franz ha illustrato come l’ipersensibilità agli stimoli – luci e rumori intensi – costringa molti soggetti a un dolore fisico costante, rendendo la vita sociale e quotidiana quasi impossibile.
A causa della loro intrinseca condizione neurologica, i neurodivergenti pensano e percepiscono in modo unico, essendo veri e propri “creatori” di un linguaggio e di prospettive che porterebbero enorme beneficio alla comunità se solo fossero capiti, ascoltati e inclusi.
Alla conferenza sono intervenuti anche il neurologo Sergio Zanini e Pietro Santoro, autore del libro “Sentieri di inclusione”, contribuendo al dibattito su esperienze personali e prospettive scientifiche in materia di autismo.
Qui il link con il video integrale della conferenza al Senato della Repubblica:
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“L’Io autistico” scuote le coscienze a San Daniele

Appello alla politica: si chiede azioni concrete, non virtuali; l’autismo è anche potere creativo, non solo disabilità.
San Daniele del Friuli (UD), 29 ottobre 2025 – Si è svolta mercoledì 29 ottobre, nella suggestiva cornice della Biblioteca Guarneriana di San Daniele, la presentazione del libro “L’Io autistico. Tra esperienza personale e riflessione filosofica” del filosofo friulano Emanuele Franz. (Audax Editrice 2025).
L’incontro, introdotto da Lorenzo Meloni Tessitori e moderato da Lorenza Ioan, ha visto una partecipazione entusiasta del pubblico e ha acceso un dibattito profondo sulla condizione autistica, portando alla luce criticità e potenzialità spesso trascurate. Il volume è frutto della collaborazione con la scrittrice Susanna Tamaro e i neuroscienziati Sergio Zanini e Franco Fabbro.
Il dibattito ha posto l’accento sulla necessità urgente che la classe politica intervenga con azioni concrete di inclusione, e non solo virtuali. È stato sottolineato come, per la persona autistica, anche attività quotidiane come prendere un treno possano generare un forte disagio a causa dell’ipersensibilità del sistema nervoso. A tal proposito, è emersa la preoccupazione per la scarsa partecipazione di molti Comuni del Friuli al dibattito sul tema e per l’assenza di una vera formazione sull’autismo a livello istituzionale.
Il cuore della presentazione ha smantellato il pregiudizio che l’autismo equivalga a incapacità. Al contrario, il libro e l’esperienza dell’autore, Emanuele Franz, evidenziano che l’autismo è un diverso modo di processare le percezioni, che, sebbene comporti un’enorme sofferenza nella vita relazionale e sociale, è anche fonte di una creatività non comune.
“L’autistico è potenzialità e creatività nel vedere il mondo in modo non convenzionale”, ha dichiarato l’autore. Emanuele Franz è lui stesso esempio di questa forza, avendo scritto poemi e opere di filosofia, oltre ad essere poeta, viaggiatore e ideatore di provocazioni sociali di grande riflessione.
La lezione emersa dalla Guarneriana è chiara: l’autismo è sì disabilità nella vita sociale, ma è anche potere creativo. Il mondo istituzionale ha ancora molta strada da fare per arrivare a una vera e piena inclusione che sappia valorizzare queste diverse forme di intelligenza e sensibilità.
Qui il link al video integrale dell’incontro:
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2.000 chilometri nel cuore del Sahara: il pellegrinaggio di Emanuele Franz

Un viaggio di quasi 2.000 chilometri (circa 1830) nel cuore del Sahara alla ricerca delle radici dimenticate della Fede cristiana: è l’impresa che Emanuele Franz – filosofo, poeta e storico delle religioni – ha compiuto tra le sabbie del deserto, lungo un itinerario che unisce spiritualità, storia e archeologia.
Dopo aver attraversato in solitaria il Mar Nero per raggiungere le antiche comunità cristiane della Georgia e dell’Armenia, e aver percorso i confini siriani per documentare le liturgie in aramaico antico ancora vive presso i monaci ortodossi, Franz ha da poco terminato un nuovo pellegrinaggio tra templi e monasteri millenari, cattedrali e oracoli perduti.
Il progetto prevede la realizzazione di un reportage archeologico-filosofico che va a toccare luoghi simbolici e spesso dimenticati: dall’oasi di Siwa, dove sorgeva l’oracolo di Zeus-Ammone interrogato da Alessandro Magno, alla Cattedrale copta di San Marco a Heliopolis (Il Cairo), che custodisce le reliquie dell’evangelista. Il viaggio è poi continuato verso il monastero di San Macario nel Wadi el-Natrun, antica Scetes, cuore pulsante del monachesimo egiziano, dove riposano le reliquie di San Giovanni Battista e del profeta Eliseo.
Tappa conclusiva è stata il monastero di Sant’Antonio il Grande, fondato dal padre del monachesimo cristiano nel deserto orientale egiziano, vicino al Mar Rosso, assieme al monastero di San Paolo di Tebe, il primo eremita cristiano, essi rappresentano i più antichi monasteri cristiani del mondo.
“Non è stata un’impresa edonistica, ma un atto di conoscenza e riconnessione con la sapienza primigenia dell’uomo”, spiega Franz, che ha affrontato il percorso partendo da solo, come già fatto nel deserto del Gobi e in altri viaggi estremi.
Un pellegrinaggio sacro, che interroga la nostra epoca digitale sulle radici dello spirito e sull’incontro tra religione, tempo e deserto.



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-L’Io autistico- del filosofo Emanuele Franz, incontro con il Dott. Sergio Zanini neurologo

Si è svolta venerdì 12 settembre ’25 alle ore 17.30 presso la cornice del Piccolo Cottolengo di Don Orione a Santa Maria La Longa (UD) la prima presentazione assoluta del libro -L’Io autistico. Tra esperienza personale e riflessione filosofica- del filosofo friulano Emanuele Franz.
L’autore è saggista, filosofo, editore e poeta e in questa opera autobiografica racconta la sua esperienza di uomo adulto che scopre di essere autistico. Da questa scoperta ripercorre l’infanzia e l’adolescenza, momenti in cui si sentiva “diverso” in cui ha vissuto momenti difficili tra atti di bullismo e indifferenza sociale.
In queste pagine l’autismo appare non tanto come una condizione clinica, ma esistenziale, una neurodivergenza che rende non conformi, solitari e creativi.
Nel libro sono presenti anche interventi della scrittrice Susanna Tamaro, dei neuroscienziati Sergio Zanini e Franco Fabbro e del professor Silvano Tagliagambe, che da punti di vista diversi, letterario o scientifico, cercano di contribuire ad una visione completa della persona autistica in termini di dignità, rispetto e accoglienza. L’incontro, moderato dalla docente Lucia De Giorgio, ha visto molta partecipazione e si è fatto chiarezza soprattutto su cosa non è l’autismo, grazie all’intervento del neurologo Dott. Sergio Zanini. Sentiti e non marginali gli interventi delle autorità presenti all’incontro, da Monica Bagolin, responsabile della struttura che ha ospitato la presentazione, a Michele Cignacco assessore alle scuole e ai servizi per l’Infanzia che ha portato i saluti del Sindaco. Il Vicepresidente del Consiglio regionale FVG, Stefano Mazzolini, ricorda l’importanza della politica nell’includere le disabilità e le neurodivergenze, assieme a lui Igor Treleani, ex Sindaco di Santa Maria la Longa Consigliere regionale del Friuli-Venezia Giulia.
Non meno importante la lettura dei saluti e delle considerazioni di Mario Anzil, vicepresidente della Regione e assessore regionale alla cultura e allo sport che si riporta integramente data l’importanza delle sue parole.
“Buona sera a tutti, impossibilitato a presenziare a questa prima, è per me un onore e un piacere portare il saluto della Regione Friuli Venezia Giulia in occasione della presentazione di “L’io autistico”, un libro di grande valore umano e culturale.
Ringrazio Emanuele Franz per averci donato una testimonianza così autentica e preziosa, che racconta la neurodivergenza dall’interno, con la voce diretta di chi la vive quotidianamente, impreziosita da importanti riflessioni filosofiche. È un tema di fondamentale importanza oggi, che coinvolge un considerevole numero di persone e che viene affrontato quasi esclusivamente da chi studia o analizza queste esperienze dall’esterno. Questo nuovo punto di vista ci consente di osservare, dunque, con occhi diversi una realtà altrimenti difficile da comprendere profondamente. Sono certo che il racconto di Emanuele, arricchito dagli interventi di diverse personalità di spicco della scienza e della letteratura, saprà toccare le corde più autentiche di chi ascolta, contribuendo a costruire una società più consapevole rispetto alla complessità delle neurodivergenze. Con grande interesse e ammirazione, vi auguro una serata di riflessione e confronto.
Grazie.
Il Vicepresidente e Assessore alla Cultura e allo Sport
della Regione Friuli Venezia Giulia
Avv. Mario Anzil”

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Alpinismo: in difesa di Marco Confortola

Assistiamo in questi giorni a una delle polemiche più accese e tragicomiche della storia dell’alpinismo. Viviamo in un’epoca ben lontana dai grandi romanticismi, dagli exploit, dalle imprese del cuore, siamo, infatti, nell’epoca in cui dobbiamo rendere conto a una telecamera di ciò che facciamo, ancor prima che alla nostra più recondita coscienza. La montagna di ieri, severa e silenziosa, ha lasciato il posto alla montagna dei mass media, dello scoop, della soap opera himalayana, è il trionfo di quei “narcisi di montagna” di cui parlava lo scrittore Nereo Zeper, accusando l’alpinismo di aver rinunciato alla vetta come ascesi, in voto alla vetta come record. In questo contesto si colloca la vicenda dell’alpinista Marco Confortola che in questi giorni è accusato di aver mentito, barato, depredato le vette. Da chi vengono queste accuse? Dai più celebri e noti alpinisti della terra, da Messner, Moro e altri, che la Tv ha glorificato e incensato. La storia dell’alpinismo non è nuova a querelle sui primati e sui trionfi personali, a partire dal celebre caso Bonatti sul K2. Bonatti, come è noto, si vide accusato dagli assalitori della vetta capitanati da Ardito Desio, accusato di aver rubato ossigeno e di aver attentato al primato italico sulla seconda vetta più alta della terra. Solo decenni (tanti decenni dopo!) le autorità competenti si sono scusate con Bonatti e fatto chiarezza sugli avvenimenti. Ma che dire allora di Cesare Maestri? Accusato di non essere mai riuscito ad arrivare sulla vetta dell’inviolato Cerro Torre in Patagonia? Decenni di inchieste, nonostante avesse perso il compagno di cordata in un tragico incidente, accusato dai più, pure da Messner, di aver mentito. Lo stesso Messner, ironia della sorte, fu più volte accusato di aver indebitamente abbandonato il fratello sul Nanga Parbat per il suo vantaggio personale. Ed ora è la volta di Marco Confortola, accusato di aver vantato tutte le 14 vette più alte della terra. Ma l’alpinismo è veramente ridotto a un banco di prova? Signor Simone Moro, è una soap opera l’alpinismo ormai? O non deve tornare ad essere quello che il filosofo Milarepa definiva come incontro con gli Spiriti aerei delle altezze? Sembra che la montagna sia ormai ridotta a un cumolo di pietre misurabili, valutabili, che il problema sia un metro in più o in meno e non l’elevazione della coscienza.
Come diceva Julius Evola nel suo celebre –Meditazioni delle vette-: “Sentire la propria piccolezza dinanzi alle immense vertigini montane è un indispensabile esercizio di umiltà cui deve fare da controparte l’impulso ad osare oltre la propria limitatezza in nome di una forza più profonda di qualsiasi abisso e ancor più alta della più alta cima.”
Abbiamo, ahimè, dimenticato questo alpinismo romantico, oserei dire, anarchico.
Anche Daniele Nardi fu accusato, dai Messner, Moro di turno, di essere un visionario, un suicida, un mistico quasi, per la sua folle idea di scalare lo sperone Mummery del Nanga Parbat, è morto, certo, ma “la vita non è il bene più alto” scriveva Heinrich von Kleist sulle rive del Wannsee prima di togliersi la vita.
Marco Confortola ha il diritto di vivere e scrivere il suo alpinismo come gli pare, ha lo stesso diritto che hanno avuto Moro, Messner, Bonatti, Maestri, e gli interpreti delle altezze. Non esiste un codice universale, esiste un appello nella coscienza, e la libertà creatrice.
Io non sono certo un alpinista, né un addetto ai lavori, ma quando vedo che tutti sono contro a uno, allora, quell’uno, va difeso, a prescindere, perché l’altezza è anche questo.
Emanuele Franz
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L’immagine e l’assoluto: riflessioni sulla fotografia e i limiti del definire. Di Enzo Comin

Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è diventata compagna costante della nostra esperienza quotidiana. Siamo circondati da fotografie che si offrono come se potessero dire tutto, documentare senza margini d’errore, fermare la verità in un punto preciso. È diffusa la convinzione che uno scatto possa racchiudere la realtà in modo definitivo. Tuttavia, se ci soffermiamo a guardare con maggiore attenzione, scopriamo che ogni fotografia porta in sé una contraddizione: più sembra prova certa, più rivela di essere soltanto un frammento, un’interpretazione parziale del mondo.
Il gesto del fotografare, infatti, è sempre un atto di scelta. Davanti a infinite combinazioni di luce, forme e tempi, il fotografo seleziona un punto preciso, un istante particolare, un’inquadratura che esclude tutto ciò che rimane fuori dal campo visivo. La fotografia è dunque una sottrazione: ciò che mostra si stacca dal flusso vitale e continuo della realtà, diventando segno, traccia, simbolo. Ma non l’essenza totale delle cose.
Questa parzialità non nasce solo dai limiti della macchina o della tecnica. Ha radici più profonde, legate alla natura stessa di ogni rappresentazione. La fotografia opera nel dominio del finito, mentre la realtà, nella sua interezza, è sempre eccedente e sfuggente. Uno scatto non cattura un “cos’è”, ma un “così appariva” in un preciso momento. Non chiude, ma suggerisce; non possiede, ma allude a ciò che non può contenere.
Qui si tocca un tema più ampio: il rapporto tra conoscenza e definizione. Definire significa porre un confine, delimitare un oggetto entro un perimetro stabile. È un gesto rassicurante, perché crea un’illusione di controllo, ma nello stesso tempo è un’operazione di riduzione, che isola qualcosa dalla totalità di relazioni che lo attraversano. L’assoluto, per sua natura, sfugge a qualsiasi definizione: ogni tentativo di racchiuderlo lo impoverisce. In questo senso, la fotografia autentica è un varco, una soglia che lascia intravedere ciò che non può essere detto fino in fondo.La tradizione filosofica ha più volte affrontato questo limite. Eraclito vedeva il mondo come un flusso incessante; la fenomenologia contemporanea ha mostrato che ogni percezione è parziale e condizionata dal contesto. Entrambe queste prospettive ci ricordano che ogni chiusura concettuale o visiva è una semplificazione. La realtà non è un oggetto fisso, ma un intreccio di visibile e invisibile che cambia senza sosta. Quando la fotografia smette di pretendere di dire “cos’è” qualcosa, diventa uno strumento di pensiero, capace di aprire possibilità e non di chiuderle.
Anche l’aspetto tecnico rivela questa relatività. L’obiettivo fotografico è un sistema di lenti studiato per correggere distorsioni e restituire immagini simili a ciò che percepiamo a occhio nudo. Ma la nostra stessa visione è già un’elaborazione, frutto di un meccanismo ottico e cerebrale complesso. Un animale, con occhi differenti, vedrebbe il mondo in modo completamente diverso, e per “fotografarlo” dal suo punto di vista bisognerebbe costruire un obiettivo adatto alla sua percezione. Inoltre, tra due valori preimpostati della macchina esistono infiniti passaggi intermedi che restano invisibili per ragioni pratiche, ma in cui si nasconde spesso ciò che apre lo sguardo a prospettive inattese.Fotografare, in questa prospettiva, diventa un esercizio di apertura e di ascolto. Significa accettare che ogni immagine selezioni, interpreti e lasci fuori elementi che, pur invisibili, continuano a influenzare ciò che è stato incluso. È un gesto che rinuncia alla pretesa di racchiudere tutto e che, proprio per questo, lascia spazio alla sorpresa e alla scoperta.
L’assoluto non può essere rappresentato né posseduto: può solo essere intuito. La fotografia, proprio grazie alla sua incompletezza, può alludere a questa dimensione. Non congela il tempo per imprigionarlo, ma lo attraversa, lasciandolo fluire. Il vero scatto non è quello che si impone come definitivo, ma quello che ci restituisce la consapevolezza del limite e dell’apertura. In questo sta la sua forza filosofica: ogni chiusura ci allontana dall’assoluto, ogni apertura ci avvicina.
Enzo Comin (Pordenone, 1979) vive e lavora a Gorizia. Artista visivo, performer e scrittore, unisce linguaggi diversi con particolare attenzione alla fotografia realizzata con pellicole e fotocamere d’epoca o modificate. Dal 2009 partecipa a mostre, pubblicazioni e residenze d’artista in Italia e all’estero, ricevendo premi per opere visive e testi letterari. Autore di raccolte poetiche, saggi e narrativa, ha pubblicato Vangelo Pratico (2020) e il romanzo Armonia delle resistenze (2024), segnalato al Premio Mario Luzi, e lancia la fanzine The journey, dedicata alla vita degli artisti.
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Reinhold Messner: “Rendere possibile quello che è stato definito impossibile”

Emanuele Franz: Reinhold Messner, ascoltarla mi fa ricordare un passo del filosofo Milarepa quando parlava degli “spiriti aerei delle altezze”, un passo bellissimo che mi ha colpito profondamente. Mi son chiesto se a seconda dell’altitudine vivano entità diverse. Lei ha percepito mai degli esseri diversi o degli ordini diversi?
Reinhold Messner: La gente ha parlato delle montagne sacre: anche l’Everest è una montagna sacra, tutta l’Himalaya era zona di montagne sacre, e loro vedevano sulle cime le piazze di danza degli dèi e per loro la dimensione divina e la dimensione naturale sono la stessa cosa. È chiaro che sull’Everest, sulla cima dell’Everest, le nubi fanno delle danze molto più vivaci rispetto alle danze che le nubi fanno nella pianura Padana… L’uomo ha visto il mondo con un occhio totalmente diverso, mentre noi vediamo il mondo con l’occhio dello scienziato, anche se non siamo scienziati, e vediamo sempre meno la dimensione mitica nella montagna.
Emanuele Franz: La solitudine, magari protratta nel tempo, può portare alla penetrazione di questa esperienza divina o anche qui dipende da “come” si è soli?
Reinhold Messner: La solitudine in città può essere molto più forte che su una grande montagna. L’essere soli in alta montagna è una cosa molto forte, perché sei veramente fuori dal mondo civilizzato. Essere soli. Però l’essere soli è un fatto da definire, mentre la solitudine è un fatto puramente individuale del tuo essere. Tu ti puoi sentire non da solo anche se sei da solo in una città, in una camera come questa che è quasi una cella di un car- cere (e se devi stare in un carcere per dieci anni è una situazione molto difficile). L’uomo è fatto per essere con altri, noi siamo esseri sociali, però è possibile tirarsi fuori, andare in solitaria su qualche cima; e poi dipende dalla tua situazione se sei capace di affrontare questo mondo del tutto solitario, dove non ci sono altri. Però puoi essere solo e sentire la solitudine come un peso, perché questo dipende tutto da te.
Emanuele Franz: Ci sono, immagino, dei fattori anche psicologici, come la solitudine e come la volontà, perché ci possono essere delle imprese ritenute impossibili, questo non solo nell’alpinismo, ma anche nelle grandi rivoluzioni scientifiche o artistiche. Prima che vengano compiute, sono considerate impossibili, anche se uno ha tutti i mezzi tecnici del mondo.
Reinhold Messner: Ma qui abbiamo un parallelismo, per cui nella scienza e nell’alpinismo lo sviluppo segue soltanto una premessa: “possibile” o “impossibile”. E ogni giovane nuova generazione tenta di rendere possibile quello che la generazione precedente ha definito impossibile. E così sarà anche nel domani, sia nella scienza che nell’alpinismo.. (…)
Emanuele Franz: Quindi è un atto irrazionale…
Reinhold Messner: Sì, è un atto irrazionale e per questo è molto interessante sapere che soltanto se tu metti un senso dentro e lo fai tu, tu dici “Io voglio salire per questa via su una cima”. È un fatto anche creativo, di trovare la linea giusta per andare e questo mette senso nella tua attività. Non c’è la necessità, è inutile salire le montagne. Noi alpinisti siamo “I conquistatori dell’inutile”, è un titolo di un libro di Lionel Terray, però nello stesso tempo chi riesce a dare senso alla sua attività va lontano. Chi non dà senso non va lontano, e così entriamo anche nella dimensione religiosa, perché la religione ti dà senso nella vita, ti aiuta a trovare il senso della vita. E in questo nostro caso, noi stessi diamo questo senso mentre, seguendo la religione, prendiamo questo senso da qualcheduno che l’ha messo, è una grande differenza.

Questo estratto dell’intervista allo scalatore ed esploratore Reinhold Messner, a cura di Emanuele Franz, è tratta dal libro:
Titolo: Dialoghi sull’Identità di Emanuele Franz
Con le interviste a: Noam Chomsky, Sua Santità il Dalai Lama, Aleksandr Dugin, Giulietto Chiesa, Diego Fusaro, Alain de Benoist, Vittorio Sgarbi, Reinhold Messner, Antonino Zichichi, Piergiorgio Odifreddi, Marcello Veneziani, Massimo Fini, Angelo Branduardi, Vito Mancuso, Guido Tonelli, Mauro Mazza, Urgyen Norbu Rimpoche, Hivshu Robert E. Peary II, Franco Cardini
Editore: Audax Editrice (www.audaxeditrice.com)
Pagine: 214
Dorso: 15,12 mm
Formato: 14,8×21 cm (A5)
Codice ISBN: 978-88-96144-94-7 Prezzo di copertina: 25 euro
Data di pubblicazione: 18 marzo 2024
Per consultare l’intervista integrale è possibile acquistare il libro al seguente link: https://www.amazon.it/dp/8896144949 -
Piergiorgio Odifreddi: “L’ideologia gender non ha nulla a che vedere con la scienza”

Emanuele Franz: Il tema oggi tanto in voga della teoria gender viene preso a braccetto da un certo tipo di femminismo. Questa discussione, secondo cui l’uomo non sarebbe uomo biologicamente e la donna non sarebbe donna biologicamente, si basa su un’autopercezione che viaggia con una specifica cultura sostitutiva di un certo tipo di uomo e di società.
Insomma, in quanto scienziato, Pier Giorgio, ti chiedo: uomo e donna sono dei dati oggettivi, biologici, oppure…
Piergiorgio Odifreddi: L’ideologia gender in realtà non ha nulla a che vedere con la scienza, ha a che vedere con la sociologia, con la sociologia femminista americana. Sono tre caratterizzazioni molto precise. Già la sociologia con la scienza ha poco a che fare. Il femminismo americano poi è una cosa molto diversa dal femminismo europeo: se noi pensiamo a come è nato il femminismo americano, per esempio negli anni ’60, a confronto col femminismo europeo che per esempio si potrebbe ispirare al “Secondo sesso” di Simone de Beauvoir, possiamo dire che c’è una differenza essenziale. In America, più che esserci un’idea di parità di generi tra l’uomo e la donna e quindi una rivendicazione di parità, c’era anche – e lo si vede chiaramente pure oggi nella relazione – un odio verso la parte maschile della società, tanto che diventa una lotta, invece che di classe, come nell’Ottocento, una lotta di generi.
Mentre invece il femminismo europeo era una cosa molto diversa. Simone de Beauvoir, per esempio, sosteneva che le donne non dovrebbero avere come obiettivo quello di possedere gli stessi diritti degli uomini e comportarsi esattamente come loro ed essere accettate allo stesso modo nella società degli uomini. Bensì si tratta di proporre un modo alternativo di vita, cioè il modo femminile rispetto a quello maschile. Il modo maschile, che sarebbe quello della corsa alla carriera, del mostrare i muscoli, del combattimento contro l’altro e un mondo femminile che deriva ovviamente dalle differenze biologiche che ci sono. La scienza su questo non ha nessun dubbio: cioè, a tutt’oggi non c’è nessun altro modo di produrre dei figli, di procreare, se non mettendo insieme i gameti dell’uomo e della donna.
Poi uno può arrampicarsi sui vetri e fare i ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’, ma rimane il fatto che quando uno vuol procreare un figlio, da una parte ci deve essere un contributo maschile e dall’altra parte quello femminile.
Ora, le coppie – per esempio – di soli maschi o di sole femmine devono raggirare questa cosa. Una volta si chiamavano semplice- mente genitori putativi. Nel caso di Gesù Cristo, per esempio, c’era un padre vero che era Dio Padre e poi c’era San Giuseppe, che però non si chiamava genitore uno o genitore due, erano due cose diverse, la Madonna era la madre, ma San Giuseppe non era padre, si chiamava putativo. Ma oggi non piace chiamarsi ‘putativo’, non piace chiamarsi ‘adottivo’ e si vuole dire ‘Io sono il vero padre’. Da un punto di vista dei diritti, non c’è nessun problema: se io voglio dire che sono il padre di qualcuno senza esserlo, o se voglio dire che ho un sesso diverso da quello che ho senza averlo, sono fatti miei. È una questione psicologica.Emanuele Franz: È un fatto sociologico.
Piergiorgio Odifreddi: Se io dico per esempio che mi sento grasso o mi sento magro, oggi c’è questo problema. “Grasso è bello” per esempio, ci sono queste modelle estremamente sovrappeso, e questo va benissimo.
Ma nel caso del peso, che è meno sensibile della questione del genere, nessuno si sogna di dire “Però non esiste la forza di gravità” oppure che non esiste la forza peso, che non c’è un peso effettivo per cui, quando io mi peso sulla bilancia, se peso 200 kg posso anche dire che il peso è bello, ma questo non significa che sia un peso minimo. E allora la mia percezione psicologica è una cosa: “Mi sento magro, anche se peso 200 kg”, ma non posso pretendere che gli altri dicano che non c’è il peso e che invece non peso quella quantità. E la stessa cosa succede per l’età. Thomas Mann in “I Buddenbrook” diceva che non si ha l’età che si ha, ma si ha l’età che si crede di avere. Allora uno si sente giovane, anche se ha 80 anni, o si sente vecchio anche se giovane. Benissimo, anche quella è “identità di età” analoga all’ “identità di genere”. Ma di nuovo questo non significa che non esista il tempo, che non ci siano metodi per misurare il tempo con gli orologi, che uno che ha 80 anni ha 80 anni anche se sente di averne 20 e viceversa.
Emanuele Franz: Sì, sì. Chiarissimo.
Piergiorgio Odifreddi: E nel caso del genere è uguale. Ma chissà per quale motivo si decide che il genere deve essere trattato in maniera diversa, quindi se io sono uomo, donna, mi sento qualche cos’altro, e alla fine quella è la mia percezione e significa che non esiste il genere.
Il genere dal punto di vista biologico è chiaro che esiste, se non altro sono i nostri cromosomi a dircelo. A differenza delle razze, qualcuno potrebbe dire che le razze sono una cosa più sfumata, che è difficile identificarle geneticamente, e alcuni biologi si basano su questo per dire che non si può parlare di razze umane, perché non si sono identificati i generi che distinguono razza nera da quella cinese e così via. Ma, nel caso del sesso, la cosa è semplicissima, cioè si guardano i cromosomi: se ci sono dei cromo- somi y quello è un uomo e se ci sono i cromosomi x quella è una donna. E la cosa finisce lì, e tra l’altro anche quando si dice “cambiamento di genere” si deve capire che si cambiano gli attributi esterni: uno può decidere di cambiare i propri organi genitali sull’esterno, può decidere di fare terapie ormonali, cambiare livelli di testosterone e così via, ma queste sono cose artificiali. Quelli sono semplicemente sintomi di quello che poi uno vera- mente è.
Questo non significa che non ci siano dal punto di vista naturale delle malformazioni di genere, una volta si chiamavano “disfunzioni di genere”. Adesso queste parole non si possono più dire. Vi sono per esempio delle disfunzioni, come il fatto che ci può essere il cromosoma XYY oppure XXY. Si tratta di malattie: non esistono solo cromosomi y, ci possono essere persone che hanno solo cromosomi x, le donne sono così, ne hanno due, però possono averne tre o quattro o cinque, che provocano appunto dei problemi. Però non c’è nessuno che possa avere soltanto cromosomi y perché la cosa non è auto-sostentativa. Chi nasce con soli cromosomi y dura poco e muore.
Emanuele Franz: Cioè, la natura la vince sempre…Piergiorgio Odifreddi: Quindi l’identità di genere, e questa è la conclusione, non è una questione oggettiva, ma è una questione soggettiva, nel senso letterale perché riguarda la percezione che ciascuno ha di sé rispetto a questioni sessuali e di questo genere. Ma le percezioni sono una cosa: questo non significa che si può negare l’oggettività, a meno che uno non sia per l’appunto un sociologo americano femminista.

Questo estratto dell’intervista allo scienziato e matematico Piergiorgio Odifreddi, a cura di Emanuele Franz, è tratta dal libro:
Titolo: Dialoghi sull’Identità di Emanuele Franz
Con le interviste a: Noam Chomsky, Sua Santità il Dalai Lama, Aleksandr Dugin, Giulietto Chiesa, Diego Fusaro, Alain de Benoist, Vittorio Sgarbi, Reinhold Messner, Antonino Zichichi, Piergiorgio Odifreddi, Marcello Veneziani, Massimo Fini, Angelo Branduardi, Vito Mancuso, Guido Tonelli, Mauro Mazza, Urgyen Norbu Rimpoche, Hivshu Robert E. Peary II, Franco Cardini
Editore: Audax Editrice (www.audaxeditrice.com)
Pagine: 214
Dorso: 15,12 mm
Formato: 14,8×21 cm (A5)
Codice ISBN: 978-88-96144-94-7 Prezzo di copertina: 25 euro
Data di pubblicazione: 18 marzo 2024
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Le Martyre de Saint Sébastien: quando d’Annunzio incontrò Debussy. Di Tobias Fior

Nel 1910, a causa dell’ingente quantità di debiti accumulati, d’Annunzio è costretto a riparare in Francia per sfuggire ai creditori, che nel frattempo assaltano la Capponcina, mettendo all’asta ogni singolo oggetto nel tentativo di recuperare quanto possibile. In terra francese, il Vate arriva già come una celebrità, grazie soprattutto alle traduzioni delle sue opere a cura di Georges Hérelle.
Comincia così a frequentare i salotti mondani di Parigi, dove incontra alcune delle figure più in vista dell’epoca, tra cui Robert de Montesquiou e Marcel Proust.
Nell’inverno dello stesso anno, si ritira da Parigi ad Arcachon e, rimasto ammaliato dalle gambe della ballerina russa Ida Rubinstein, che gli ricordano quelle di San Sebastiano, concepisce l’idea di scrivere un mistero, genere teatrale di origine medievale, risalente al XV secolo.
Non bisogna tuttavia pensare che la figura e la vita di San Sebastiano siano comparse nell’immaginario dannunziano unicamente per effetto della fascinazione esercitata da Ida Rubinstein.
L’agiografia del santo esercitò da sempre un fascino profondo su d’Annunzio. Il suo interesse risale addirittura al 1883, quando il giovane poeta visse una fugace liaison amorosa con la giornalista Olga Ossani, la celebre “Febea” del Capitan Fracassa. Accadde tutto in una notte di luna piena, in un boschetto di lauri presso Villa Medici: d’Annunzio, nudo e legato a un lauro, venne assalito da baci e morsi della Ossani, che lasciò il corpo del giovane segnato da piccole ferite. Il mattino seguente, alla vista di quei segni, la giornalista avrebbe esclamato: “San Sebastiano!”, instillando nel poeta il seme per futuri sviluppi letterari.
Da quel momento in poi, la figura di San Sebastiano avrebbe continuato ad affacciarsi a più riprese nell’immaginario dannunziano, fino all’incontro, avvenuto anni dopo alla Ca’ d’Oro di Venezia, con il celebre dipinto del martire realizzato da Mantegna, visitato in compagnia di Natalie de Goloubeff, l’amante ufficiale del periodo francese. Lo stesso d’Annunzio affermerà più tardi: “Il mio culto per San Sebastiano, pel saettato atleta di Cristo, è antichissimo. Risale al periodo umanistico, della mia prima giovinezza”.
Una volta completata la stesura del “mistero” d’Annunzio si mise alla ricerca di qualcuno a cui poter affidare la composizione della musica. Sarà proprio la Rubinstein, a cui era già stata assegnata la parte del santo nell’opera, a suggerirgli di presentare il Martyre al celebre compositore Claude Debussy, proponendogli di scriverne la musica per la messa in scena.
Nel frattempo tra i due nacque una sincera amicizia, e Debussy si mise al lavoro con rapidità sorprendente su quella che si presentava come un’opera monumentale: un prologo e cinque atti, per una durata complessiva di cinque ore e mezza.
Il 22 maggio 1911 andò in scena la prima rappresentazione di Le Martyre de Saint Sébastien al Théâtre du Châtelet. La critica si divise nettamente: alcuni lodarono la musica di Debussy, ritenendo però il testo dannunziano troppo ampolloso e ridondante; altri, al contrario, affermarono che l’opera nel suo insieme, complice anche la sontuosa scenografia firmata da Léon Bakst, aveva finito per sovrastare la musica, rendendola quasi superflua.
Va sottolineato che la partitura del “mistero” è di straordinaria complessità: l’orchestra comprendeva due ottavini, due flauti, due oboi, corno inglese, tre clarinetti, clarinetto basso, tre fagotti, sei corni, due trombe, due arpe, timpani e archi. A rendere ancora più grandiosa la messa in scena contribuirono gli oltre quattrocento tra attori e ballerini impegnati nelle rispettive parti.
Le critiche non si limitarono all’opera e alla musica, ma investirono anche la messa in scena, in particolare per l’interpretazione giudicata scandalosa di Ida Rubinstein nel ruolo di San Sebastiano. La Chiesa non tardò a esprimere il proprio sdegno: che una donna, per giunta ebrea, vestisse i panni di un santo cristiano fu ritenuto un gesto blasfemo, oltre alla stessa interpretazione velatamente erotica. La reazione fu severa: tutte le opere di Gabriele d’Annunzio vennero messe all’Indice dei libri proibiti, fatta eccezione soltanto per La figlia di Iorio.
L’amicizia tra d’Annunzio e Debussy proseguì anche dopo Le Martyre, attraversando gli anni della Grande Guerra. In più occasioni, d’Annunzio scriverà al compositore per dirgli che le sue parole e il suo ricordo lo avevano sostenuto nel mezzo delle battaglie: un segno tangibile del legame profondo che univa i due grandi artisti.

TOBIAS FIOR è nato nel 1989 a Tolmezzo e vive a Verzegnis (Udine). Scrittore e dannunzista ha esordito con il romanzo Notte nel 2008. Nel 2013 ha pubblicato il saggio Questo ferale taedium vitae. La depressione di d’Annunzio, mentre nel 2018 ha curato la pubblicazione del Diario della Sirenetta e nel 2020 ha curato il romanzo inedito Una donna di Renata d’Annunzio Montanarella. Nel 2022 pubblica il romanzo Non lasciarmi la mano. Nel 2024 viene premiato con il “Premio Gabriele d’Annunzio Vate d’Italia” per il lavoro svolto su Una donna.