• Alpinismo: in difesa di Marco Confortola

    Alpinismo: in difesa di Marco Confortola

    Assistiamo in questi giorni a una delle polemiche più accese e tragicomiche della storia dell’alpinismo. Viviamo in un’epoca ben lontana dai grandi romanticismi, dagli exploit, dalle imprese del cuore, siamo, infatti, nell’epoca in cui dobbiamo rendere conto a una telecamera di ciò che facciamo, ancor prima che alla nostra più recondita coscienza. La montagna di ieri, severa e silenziosa, ha lasciato il posto alla montagna dei mass media, dello scoop, della soap opera himalayana, è il trionfo di quei “narcisi di montagna” di cui parlava lo scrittore Nereo Zeper, accusando l’alpinismo di aver rinunciato alla vetta come ascesi, in voto alla vetta come record. In questo contesto si colloca la vicenda dell’alpinista Marco Confortola che in questi giorni è accusato di aver mentito, barato, depredato le vette. Da chi vengono queste accuse? Dai più celebri e noti alpinisti della terra, da Messner, Moro e altri, che la Tv ha glorificato e incensato. La storia dell’alpinismo non è nuova a querelle sui primati e sui trionfi personali, a partire dal celebre caso Bonatti sul K2. Bonatti, come è noto, si vide accusato dagli assalitori della vetta capitanati da Ardito Desio, accusato di aver rubato ossigeno e di aver attentato al primato italico sulla seconda vetta più alta della terra. Solo decenni (tanti decenni dopo!) le autorità competenti si sono scusate con Bonatti e fatto chiarezza sugli avvenimenti. Ma che dire allora di Cesare Maestri? Accusato di non essere mai riuscito ad arrivare sulla vetta dell’inviolato Cerro Torre in Patagonia? Decenni di inchieste, nonostante avesse perso il compagno di cordata in un tragico incidente, accusato dai più, pure da Messner, di aver mentito. Lo stesso Messner, ironia della sorte, fu più volte accusato di aver indebitamente abbandonato il fratello sul Nanga Parbat per il suo vantaggio personale. Ed ora è la volta di Marco Confortola, accusato di aver vantato tutte le 14 vette più alte della terra. Ma l’alpinismo è veramente ridotto a un banco di prova? Signor Simone Moro, è una soap opera l’alpinismo ormai? O non deve tornare ad essere quello che il filosofo Milarepa definiva come incontro con gli Spiriti aerei delle altezze? Sembra che la montagna sia ormai ridotta a un cumolo di pietre misurabili, valutabili, che il problema sia un metro in più o in meno e non l’elevazione della coscienza.

    Come diceva Julius Evola nel suo celebre –Meditazioni delle vette-: “Sentire la propria piccolezza dinanzi alle immense vertigini montane è un indispensabile esercizio di umiltà cui deve fare da controparte l’impulso ad osare oltre la propria limitatezza in nome di una forza più profonda di qualsiasi abisso e ancor più alta della più alta cima.”

    Abbiamo, ahimè, dimenticato questo alpinismo romantico, oserei dire, anarchico.

    Anche Daniele Nardi fu accusato, dai Messner, Moro di turno, di essere un visionario, un suicida, un mistico quasi, per la sua folle idea di scalare lo sperone Mummery del Nanga Parbat, è morto, certo, ma “la vita non è il bene più alto” scriveva Heinrich von Kleist sulle rive del Wannsee prima di togliersi la vita.

    Marco Confortola ha il diritto di vivere e scrivere il suo alpinismo come gli pare, ha lo stesso diritto che hanno avuto Moro, Messner, Bonatti, Maestri, e gli interpreti delle altezze. Non esiste un codice universale, esiste un appello nella coscienza, e la libertà creatrice.

    Io non sono certo un alpinista, né un addetto ai lavori, ma quando vedo che tutti sono contro a uno, allora, quell’uno, va difeso, a prescindere, perché l’altezza è anche questo.

    Emanuele Franz

  • L’immagine e l’assoluto: riflessioni sulla fotografia e i limiti del definire. Di Enzo Comin

    L’immagine e l’assoluto: riflessioni sulla fotografia e i limiti del definire. Di Enzo Comin

    Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è diventata compagna costante della nostra esperienza quotidiana. Siamo circondati da fotografie che si offrono come se potessero dire tutto, documentare senza margini d’errore, fermare la verità in un punto preciso. È diffusa la convinzione che uno scatto possa racchiudere la realtà in modo definitivo. Tuttavia, se ci soffermiamo a guardare con maggiore attenzione, scopriamo che ogni fotografia porta in sé una contraddizione: più sembra prova certa, più rivela di essere soltanto un frammento, un’interpretazione parziale del mondo.
    Il gesto del fotografare, infatti, è sempre un atto di scelta. Davanti a infinite combinazioni di luce, forme e tempi, il fotografo seleziona un punto preciso, un istante particolare, un’inquadratura che esclude tutto ciò che rimane fuori dal campo visivo. La fotografia è dunque una sottrazione: ciò che mostra si stacca dal flusso vitale e continuo della realtà, diventando segno, traccia, simbolo. Ma non l’essenza totale delle cose.
    Questa parzialità non nasce solo dai limiti della macchina o della tecnica. Ha radici più profonde, legate alla natura stessa di ogni rappresentazione. La fotografia opera nel dominio del finito, mentre la realtà, nella sua interezza, è sempre eccedente e sfuggente. Uno scatto non cattura un “cos’è”, ma un “così appariva” in un preciso momento. Non chiude, ma suggerisce; non possiede, ma allude a ciò che non può contenere.
    Qui si tocca un tema più ampio: il rapporto tra conoscenza e definizione. Definire significa porre un confine, delimitare un oggetto entro un perimetro stabile. È un gesto rassicurante, perché crea un’illusione di controllo, ma nello stesso tempo è un’operazione di riduzione, che isola qualcosa dalla totalità di relazioni che lo attraversano. L’assoluto, per sua natura, sfugge a qualsiasi definizione: ogni tentativo di racchiuderlo lo impoverisce. In questo senso, la fotografia autentica è un varco, una soglia che lascia intravedere ciò che non può essere detto fino in fondo.

    La tradizione filosofica ha più volte affrontato questo limite. Eraclito vedeva il mondo come un flusso incessante; la fenomenologia contemporanea ha mostrato che ogni percezione è parziale e condizionata dal contesto. Entrambe queste prospettive ci ricordano che ogni chiusura concettuale o visiva è una semplificazione. La realtà non è un oggetto fisso, ma un intreccio di visibile e invisibile che cambia senza sosta. Quando la fotografia smette di pretendere di dire “cos’è” qualcosa, diventa uno strumento di pensiero, capace di aprire possibilità e non di chiuderle.
    Anche l’aspetto tecnico rivela questa relatività. L’obiettivo fotografico è un sistema di lenti studiato per correggere distorsioni e restituire immagini simili a ciò che percepiamo a occhio nudo. Ma la nostra stessa visione è già un’elaborazione, frutto di un meccanismo ottico e cerebrale complesso. Un animale, con occhi differenti, vedrebbe il mondo in modo completamente diverso, e per “fotografarlo” dal suo punto di vista bisognerebbe costruire un obiettivo adatto alla sua percezione. Inoltre, tra due valori preimpostati della macchina esistono infiniti passaggi intermedi che restano invisibili per ragioni pratiche, ma in cui si nasconde spesso ciò che apre lo sguardo a prospettive inattese.

    Fotografare, in questa prospettiva, diventa un esercizio di apertura e di ascolto. Significa accettare che ogni immagine selezioni, interpreti e lasci fuori elementi che, pur invisibili, continuano a influenzare ciò che è stato incluso. È un gesto che rinuncia alla pretesa di racchiudere tutto e che, proprio per questo, lascia spazio alla sorpresa e alla scoperta.
    L’assoluto non può essere rappresentato né posseduto: può solo essere intuito. La fotografia, proprio grazie alla sua incompletezza, può alludere a questa dimensione. Non congela il tempo per imprigionarlo, ma lo attraversa, lasciandolo fluire. Il vero scatto non è quello che si impone come definitivo, ma quello che ci restituisce la consapevolezza del limite e dell’apertura. In questo sta la sua forza filosofica: ogni chiusura ci allontana dall’assoluto, ogni apertura ci avvicina.

    Enzo Comin (Pordenone, 1979) vive e lavora a Gorizia. Artista visivo, performer e scrittore, unisce linguaggi diversi con particolare attenzione alla fotografia realizzata con pellicole e fotocamere d’epoca o modificate. Dal 2009 partecipa a mostre, pubblicazioni e residenze d’artista in Italia e all’estero, ricevendo premi per opere visive e testi letterari. Autore di raccolte poetiche, saggi e narrativa, ha pubblicato Vangelo Pratico (2020) e il romanzo Armonia delle resistenze (2024), segnalato al Premio Mario Luzi, e lancia la fanzine The journey, dedicata alla vita degli artisti.

  • Reinhold Messner: “Rendere possibile quello che è stato definito impossibile”

    Reinhold Messner: “Rendere possibile quello che è stato definito impossibile”

    Emanuele Franz: Reinhold Messner, ascoltarla mi fa ricordare un passo del filosofo Milarepa quando parlava degli “spiriti aerei delle altezze”, un passo bellissimo che mi ha colpito profondamente. Mi son chiesto se a seconda dell’altitudine vivano entità diverse. Lei ha percepito mai degli esseri diversi o degli ordini diversi?

    Reinhold Messner: La gente ha parlato delle montagne sacre: anche l’Everest è una montagna sacra, tutta l’Himalaya era zona di montagne sacre, e loro vedevano sulle cime le piazze di danza degli dèi e per loro la dimensione divina e la dimensione naturale sono la stessa cosa. È chiaro che sull’Everest, sulla cima dell’Everest, le nubi fanno delle danze molto più vivaci rispetto alle danze che le nubi fanno nella pianura Padana… L’uomo ha visto il mondo con un occhio totalmente diverso, mentre noi vediamo il mondo con l’occhio dello scienziato, anche se non siamo scienziati, e vediamo sempre meno la dimensione mitica nella montagna.

    Emanuele Franz: La solitudine, magari protratta nel tempo, può portare alla penetrazione di questa esperienza divina o anche qui dipende da “come” si è soli?

    Reinhold Messner: La solitudine in città può essere molto più forte che su una grande montagna. L’essere soli in alta montagna è una cosa molto forte, perché sei veramente fuori dal mondo civilizzato. Essere soli. Però l’essere soli è un fatto da definire, mentre la solitudine è un fatto puramente individuale del tuo essere. Tu ti puoi sentire non da solo anche se sei da solo in una città, in una camera come questa che è quasi una cella di un car- cere (e se devi stare in un carcere per dieci anni è una situazione molto difficile). L’uomo è fatto per essere con altri, noi siamo esseri sociali, però è possibile tirarsi fuori, andare in solitaria su qualche cima; e poi dipende dalla tua situazione se sei capace di affrontare questo mondo del tutto solitario, dove non ci sono altri. Però puoi essere solo e sentire la solitudine come un peso, perché questo dipende tutto da te.

    Emanuele Franz: Ci sono, immagino, dei fattori anche psicologici, come la solitudine e come la volontà, perché ci possono essere delle imprese ritenute impossibili, questo non solo nell’alpinismo, ma anche nelle grandi rivoluzioni scientifiche o artistiche. Prima che vengano compiute, sono considerate impossibili, anche se uno ha tutti i mezzi tecnici del mondo.

    Reinhold Messner: Ma qui abbiamo un parallelismo, per cui nella scienza e nell’alpinismo lo sviluppo segue soltanto una premessa: “possibile” o “impossibile”. E ogni giovane nuova generazione tenta di rendere possibile quello che la generazione precedente ha definito impossibile. E così sarà anche nel domani, sia nella scienza che nell’alpinismo.. (…)

    Emanuele Franz: Quindi è un atto irrazionale…

    Reinhold Messner: Sì, è un atto irrazionale e per questo è molto interessante sapere che soltanto se tu metti un senso dentro e lo fai tu, tu dici “Io voglio salire per questa via su una cima”. È un fatto anche creativo, di trovare la linea giusta per andare e questo mette senso nella tua attività. Non c’è la necessità, è inutile salire le montagne. Noi alpinisti siamo “I conquistatori dell’inutile”, è un titolo di un libro di Lionel Terray, però nello stesso tempo chi riesce a dare senso alla sua attività va lontano. Chi non dà senso non va lontano, e così entriamo anche nella dimensione religiosa, perché la religione ti dà senso nella vita, ti aiuta a trovare il senso della vita. E in questo nostro caso, noi stessi diamo questo senso mentre, seguendo la religione, prendiamo questo senso da qualcheduno che l’ha messo, è una grande differenza.

    Questo estratto dell’intervista allo scalatore ed esploratore Reinhold Messner, a cura di Emanuele Franz, è tratta dal libro:
    Titolo: Dialoghi sull’Identità di Emanuele Franz
    Con le interviste a: Noam Chomsky, Sua Santità il Dalai Lama, Aleksandr Dugin, Giulietto Chiesa, Diego Fusaro, Alain de Benoist, Vittorio Sgarbi, Reinhold Messner, Antonino Zichichi, Piergiorgio Odifreddi, Marcello Veneziani, Massimo Fini, Angelo Branduardi, Vito Mancuso, Guido Tonelli, Mauro Mazza, Urgyen Norbu Rimpoche, Hivshu Robert E. Peary II, Franco Cardini
    Editore: Audax Editrice (www.audaxeditrice.com)
    Pagine: 214
    Dorso: 15,12 mm
    Formato: 14,8×21 cm (A5)
    Codice ISBN: 978-88-96144-94-7 Prezzo di copertina: 25 euro
    Data di pubblicazione: 18 marzo 2024
    Per consultare l’intervista integrale è possibile acquistare il libro al seguente link: https://www.amazon.it/dp/8896144949

  • Piergiorgio Odifreddi: “L’ideologia gender non ha nulla a che vedere con la scienza”

    Piergiorgio Odifreddi: “L’ideologia gender non ha nulla a che vedere con la scienza”

    Emanuele Franz: Il tema oggi tanto in voga della teoria gender viene preso a braccetto da un certo tipo di femminismo. Questa discussione, secondo cui l’uomo non sarebbe uomo biologicamente e la donna non sarebbe donna biologicamente, si basa su un’autopercezione che viaggia con una specifica cultura sostitutiva di un certo tipo di uomo e di società.
    Insomma, in quanto scienziato, Pier Giorgio, ti chiedo: uomo e donna sono dei dati oggettivi, biologici, oppure…


    Piergiorgio Odifreddi: L’ideologia gender in realtà non ha nulla a che vedere con la scienza, ha a che vedere con la sociologia, con la sociologia femminista americana. Sono tre caratterizzazioni molto precise. Già la sociologia con la scienza ha poco a che fare. Il femminismo americano poi è una cosa molto diversa dal femminismo europeo: se noi pensiamo a come è nato il femminismo americano, per esempio negli anni ’60, a confronto col femminismo europeo che per esempio si potrebbe ispirare al “Secondo sesso” di Simone de Beauvoir, possiamo dire che c’è una differenza essenziale. In America, più che esserci un’idea di parità di generi tra l’uomo e la donna e quindi una rivendicazione di parità, c’era anche – e lo si vede chiaramente pure oggi nella relazione – un odio verso la parte maschile della società, tanto che diventa una lotta, invece che di classe, come nell’Ottocento, una lotta di generi.
    Mentre invece il femminismo europeo era una cosa molto diversa. Simone de Beauvoir, per esempio, sosteneva che le donne non dovrebbero avere come obiettivo quello di possedere gli stessi diritti degli uomini e comportarsi esattamente come loro ed essere accettate allo stesso modo nella società degli uomini. Bensì si tratta di proporre un modo alternativo di vita, cioè il modo femminile rispetto a quello maschile. Il modo maschile, che sarebbe quello della corsa alla carriera, del mostrare i muscoli, del combattimento contro l’altro e un mondo femminile che deriva ovviamente dalle differenze biologiche che ci sono. La scienza su questo non ha nessun dubbio: cioè, a tutt’oggi non c’è nessun altro modo di produrre dei figli, di procreare, se non mettendo insieme i gameti dell’uomo e della donna.
    Poi uno può arrampicarsi sui vetri e fare i ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’, ma rimane il fatto che quando uno vuol procreare un figlio, da una parte ci deve essere un contributo maschile e dall’altra parte quello femminile.
    Ora, le coppie – per esempio – di soli maschi o di sole femmine devono raggirare questa cosa. Una volta si chiamavano semplice- mente genitori putativi. Nel caso di Gesù Cristo, per esempio, c’era un padre vero che era Dio Padre e poi c’era San Giuseppe, che però non si chiamava genitore uno o genitore due, erano due cose diverse, la Madonna era la madre, ma San Giuseppe non era padre, si chiamava putativo. Ma oggi non piace chiamarsi ‘putativo’, non piace chiamarsi ‘adottivo’ e si vuole dire ‘Io sono il vero padre’. Da un punto di vista dei diritti, non c’è nessun problema: se io voglio dire che sono il padre di qualcuno senza esserlo, o se voglio dire che ho un sesso diverso da quello che ho senza averlo, sono fatti miei. È una questione psicologica.

    Emanuele Franz: È un fatto sociologico.


    Piergiorgio Odifreddi: Se io dico per esempio che mi sento grasso o mi sento magro, oggi c’è questo problema. “Grasso è bello” per esempio, ci sono queste modelle estremamente sovrappeso, e questo va benissimo.
    Ma nel caso del peso, che è meno sensibile della questione del genere, nessuno si sogna di dire “Però non esiste la forza di gravità” oppure che non esiste la forza peso, che non c’è un peso effettivo per cui, quando io mi peso sulla bilancia, se peso 200 kg posso anche dire che il peso è bello, ma questo non significa che sia un peso minimo. E allora la mia percezione psicologica è una cosa: “Mi sento magro, anche se peso 200 kg”, ma non posso pretendere che gli altri dicano che non c’è il peso e che invece non peso quella quantità. E la stessa cosa succede per l’età. Thomas Mann in “I Buddenbrook” diceva che non si ha l’età che si ha, ma si ha l’età che si crede di avere. Allora uno si sente giovane, anche se ha 80 anni, o si sente vecchio anche se giovane. Benissimo, anche quella è “identità di età” analoga all’ “identità di genere”. Ma di nuovo questo non significa che non esista il tempo, che non ci siano metodi per misurare il tempo con gli orologi, che uno che ha 80 anni ha 80 anni anche se sente di averne 20 e viceversa.


    Emanuele Franz: Sì, sì. Chiarissimo.


    Piergiorgio Odifreddi: E nel caso del genere è uguale. Ma chissà per quale motivo si decide che il genere deve essere trattato in maniera diversa, quindi se io sono uomo, donna, mi sento qualche cos’altro, e alla fine quella è la mia percezione e significa che non esiste il genere.
    Il genere dal punto di vista biologico è chiaro che esiste, se non altro sono i nostri cromosomi a dircelo. A differenza delle razze, qualcuno potrebbe dire che le razze sono una cosa più sfumata, che è difficile identificarle geneticamente, e alcuni biologi si basano su questo per dire che non si può parlare di razze umane, perché non si sono identificati i generi che distinguono razza nera da quella cinese e così via. Ma, nel caso del sesso, la cosa è semplicissima, cioè si guardano i cromosomi: se ci sono dei cromo- somi y quello è un uomo e se ci sono i cromosomi x quella è una donna. E la cosa finisce lì, e tra l’altro anche quando si dice “cambiamento di genere” si deve capire che si cambiano gli attributi esterni: uno può decidere di cambiare i propri organi genitali sull’esterno, può decidere di fare terapie ormonali, cambiare livelli di testosterone e così via, ma queste sono cose artificiali. Quelli sono semplicemente sintomi di quello che poi uno vera- mente è.
    Questo non significa che non ci siano dal punto di vista naturale delle malformazioni di genere, una volta si chiamavano “disfunzioni di genere”. Adesso queste parole non si possono più dire. Vi sono per esempio delle disfunzioni, come il fatto che ci può essere il cromosoma XYY oppure XXY. Si tratta di malattie: non esistono solo cromosomi y, ci possono essere persone che hanno solo cromosomi x, le donne sono così, ne hanno due, però possono averne tre o quattro o cinque, che provocano appunto dei problemi. Però non c’è nessuno che possa avere soltanto cromosomi y perché la cosa non è auto-sostentativa. Chi nasce con soli cromosomi y dura poco e muore.


    Emanuele Franz: Cioè, la natura la vince sempre…

    Piergiorgio Odifreddi: Quindi l’identità di genere, e questa è la conclusione, non è una questione oggettiva, ma è una questione soggettiva, nel senso letterale perché riguarda la percezione che ciascuno ha di sé rispetto a questioni sessuali e di questo genere. Ma le percezioni sono una cosa: questo non significa che si può negare l’oggettività, a meno che uno non sia per l’appunto un sociologo americano femminista.

    Questo estratto dell’intervista allo scienziato e matematico Piergiorgio Odifreddi, a cura di Emanuele Franz, è tratta dal libro:
    Titolo: Dialoghi sull’Identità di Emanuele Franz
    Con le interviste a: Noam Chomsky, Sua Santità il Dalai Lama, Aleksandr Dugin, Giulietto Chiesa, Diego Fusaro, Alain de Benoist, Vittorio Sgarbi, Reinhold Messner, Antonino Zichichi, Piergiorgio Odifreddi, Marcello Veneziani, Massimo Fini, Angelo Branduardi, Vito Mancuso, Guido Tonelli, Mauro Mazza, Urgyen Norbu Rimpoche, Hivshu Robert E. Peary II, Franco Cardini
    Editore: Audax Editrice (www.audaxeditrice.com)
    Pagine: 214
    Dorso: 15,12 mm
    Formato: 14,8×21 cm (A5)
    Codice ISBN: 978-88-96144-94-7 Prezzo di copertina: 25 euro
    Data di pubblicazione: 18 marzo 2024
    Per consultare l’intervista integrale è possibile acquistare il libro al seguente link: https://www.amazon.it/dp/8896144949

  • Le Martyre de Saint Sébastien: quando d’Annunzio incontrò Debussy. Di Tobias Fior

    Le Martyre de Saint Sébastien: quando d’Annunzio incontrò Debussy. Di Tobias Fior

    Nel 1910, a causa dell’ingente quantità di debiti accumulati, d’Annunzio è costretto a riparare in Francia per sfuggire ai creditori, che nel frattempo assaltano la Capponcina, mettendo all’asta ogni singolo oggetto nel tentativo di recuperare quanto possibile. In terra francese, il Vate arriva già come una celebrità, grazie soprattutto alle traduzioni delle sue opere a cura di Georges Hérelle.

    Comincia così a frequentare i salotti mondani di Parigi, dove incontra alcune delle figure più in vista dell’epoca, tra cui Robert de Montesquiou e Marcel Proust.

    Nell’inverno dello stesso anno, si ritira da Parigi ad Arcachon e, rimasto ammaliato dalle gambe della ballerina russa Ida Rubinstein, che gli ricordano quelle di San Sebastiano, concepisce l’idea di scrivere un mistero, genere teatrale di origine medievale, risalente al XV secolo.

    Non bisogna tuttavia pensare che la figura e la vita di San Sebastiano siano comparse nell’immaginario dannunziano unicamente per effetto della fascinazione esercitata da Ida Rubinstein.

    L’agiografia del santo esercitò da sempre un fascino profondo su d’Annunzio. Il suo interesse risale addirittura al 1883, quando il giovane poeta visse una fugace liaison amorosa con la giornalista Olga Ossani, la celebre “Febea” del Capitan Fracassa. Accadde tutto in una notte di luna piena, in un boschetto di lauri presso Villa Medici: d’Annunzio, nudo e legato a un lauro, venne assalito da baci e morsi della Ossani, che lasciò il corpo del giovane segnato da piccole ferite. Il mattino seguente, alla vista di quei segni, la giornalista avrebbe esclamato: “San Sebastiano!”, instillando nel poeta il seme per futuri sviluppi letterari.

    Da quel momento in poi, la figura di San Sebastiano avrebbe continuato ad affacciarsi a più riprese nell’immaginario dannunziano, fino all’incontro, avvenuto anni dopo alla Ca’ d’Oro di Venezia, con il celebre dipinto del martire realizzato da Mantegna, visitato in compagnia di Natalie de Goloubeff, l’amante ufficiale del periodo francese. Lo stesso d’Annunzio affermerà più tardi: “Il mio culto per San Sebastiano, pel saettato atleta di Cristo, è antichissimo. Risale al periodo umanistico, della mia prima giovinezza”.

    Una volta completata la stesura del “mistero” d’Annunzio si mise alla ricerca di qualcuno a cui poter affidare la composizione della musica. Sarà proprio la Rubinstein, a cui era già stata assegnata la parte del santo nell’opera, a suggerirgli di presentare il Martyre al celebre compositore Claude Debussy, proponendogli di scriverne la musica per la messa in scena.

    Nel frattempo tra i due nacque una sincera amicizia, e Debussy si mise al lavoro con rapidità sorprendente su quella che si presentava come un’opera monumentale: un prologo e cinque atti, per una durata complessiva di cinque ore e mezza.

    Il 22 maggio 1911 andò in scena la prima rappresentazione di Le Martyre de Saint Sébastien al Théâtre du Châtelet. La critica si divise nettamente: alcuni lodarono la musica di Debussy, ritenendo però il testo dannunziano troppo ampolloso e ridondante; altri, al contrario, affermarono che l’opera nel suo insieme, complice anche la sontuosa scenografia firmata da Léon Bakst, aveva finito per sovrastare la musica, rendendola quasi superflua.

    Va sottolineato che la partitura del “mistero” è di straordinaria complessità: l’orchestra comprendeva due ottavini, due flauti, due oboi, corno inglese, tre clarinetti, clarinetto basso, tre fagotti, sei corni, due trombe, due arpe, timpani e archi. A rendere ancora più grandiosa la messa in scena contribuirono gli oltre quattrocento tra attori e ballerini impegnati nelle rispettive parti.

    Le critiche non si limitarono all’opera e alla musica, ma investirono anche la messa in scena, in particolare per l’interpretazione giudicata scandalosa di Ida Rubinstein nel ruolo di San Sebastiano. La Chiesa non tardò a esprimere il proprio sdegno: che una donna, per giunta ebrea, vestisse i panni di un santo cristiano fu ritenuto un gesto blasfemo, oltre alla stessa interpretazione velatamente erotica. La reazione fu severa: tutte le opere di Gabriele d’Annunzio vennero messe all’Indice dei libri proibiti, fatta eccezione soltanto per La figlia di Iorio.

    L’amicizia tra d’Annunzio e Debussy proseguì anche dopo Le Martyre, attraversando gli anni della Grande Guerra. In più occasioni, d’Annunzio scriverà al compositore per dirgli che le sue parole e il suo ricordo lo avevano sostenuto nel mezzo delle battaglie: un segno tangibile del legame profondo che univa i due grandi artisti.

    TOBIAS FIOR è nato nel 1989 a Tolmezzo e vive a Verzegnis (Udine). Scrittore e dannunzista ha esordito con il romanzo Notte nel 2008. Nel 2013 ha pubblicato il saggio Questo ferale taedium vitae. La depressione di d’Annunzio, mentre nel 2018 ha curato la pubblicazione del Diario della Sirenetta e nel 2020 ha curato il romanzo inedito Una donna di Renata d’Annunzio Montanarella. Nel 2022 pubblica il romanzo Non lasciarmi la mano. Nel 2024 viene premiato con il “Premio Gabriele d’Annunzio Vate d’Italia” per il lavoro svolto su Una donna.

  • I rischi del post-umanesimo. Di Marcello Veneziani

    I rischi del post-umanesimo. Di Marcello Veneziani

    Emanuele Franz: Stimato Marcello Veneziani, le faccio questa domanda. Dietro la parola natura c’è il corpo, oggi violentato, sostituito. Sempre più le macchine interagiscono e svolgono il lavoro che dovrebbe essere svolto dal corpo. Con la pandemia abbiamo vissuto l’isolamento e assistito ad una “de-corporeizzazione” quasi patologica. Fino a dove la macchina potrà infilarsi nel corpo?
    Parole per alcuni orribili, per altri meravigliose, come “transumanesimo”, “post-umanesimo” ci portano a chiederci se la macchina potrà veramente sostituire il corpo o integrarsi nella biologia. Oppure bisogna porre dei limiti etici a questa ingerenza della macchina nel corpo e di conseguenza nella natura?


    Marcello Veneziani: Io credo che si debba ripartire da quella che San Tommaso chiamava la “gerarchia degli esseri e dei beni”, cioè, conta molto più la persona rispetto alla macchina. La tecnica può essere uno straordinario mezzo per vivere meglio, ma se il mezzo diventa scopo, se il mezzo diventa prioritario rispetto a tutto ciò che dovrebbe essere lo scopo essenziale della tecnica, allora diventa qualcosa di degenerato. Io credo che l’attacco alla natura e al corpo umano abbia oggi due sostanziali pericoli: uno è il primato assoluto della macchina e quindi della tecnica all’insegna di una disumanizzazione integrale, e questo mi sembra essere estremamente preoccupante; l’altro aspetto abbastanza inquietante è che in sostanza la volontà personale, se non addirittura il capriccio o comunque il desiderio umano prevalgono sui limiti della condizione umana, sul fatto che noi siamo nati uomini o donne, da genitori in un luogo anziché in un altro e, attraverso quest’idea di transumanesimo, attraverso quest’idea del cambiamento anche della propria identità sessuale sulla base della propria volontà, siamo a forzare il corpo umano, la natura, i limiti che si addicono appunto alla natura umana. E questo mi sembra assolutamente aberrante. Quindi reinvestendo il problema nella sua complessità, io direi che l’uomo si trova sotto attacco da una parte da una sorta di invasamento tecnologico, cioè da una convinzione che la tecnica debba diventare tecnocrazia, cioè debba governare, comandare sull’umano, debba comandare sulla persona, debba quindi dominare sul corpo umano; dall’altra parte il corpo umano è una specie di plastilina che è al servizio della volontà del singolo, che se decide di essere altro da quello che è stato indicato dalla natura, allora può tranquillamente cambiare natura. In questo vedo il pericolo: l’incrocio tra volontà da una parte e tecnica che diventa scopo e non è più mezzo. Entrambe le cose possono essere ovviamente ricondotte a una dimensione realistica e in questa chiave è possibile immaginare che le volontà umane siano all’interno, però, di un rispetto dei limiti della condizione umana e, dall’altra parte, che la tecnica sia funzionale alla crescita spirituale, morale e anche corporale dell’uomo e non che si sostituisca al corpo, all’intelligenza dell’uomo.

    Emanuele Franz: Io sottoscrivo ovviamente questa necessità del recupero del trascendente. È da chiedersi però come può avvenire questo recupero, perché è anche vero che rispetto al passato… una volta dalle Indie all’America ci si metteva mesi, mentre adesso in 24 ore ci si può spostare in tutto il mondo. Quindi con la tecnica si favorisce quest’idea di fungibilità, di sostituzione di merci e persone e questo, parallelamente, logora, sfibra anche questa prospettiva del trascendente, che è molto correlata al senso di comunità, perché io credo che trascendenza sia appartenenza. Il mondo corre sempre più veloce, tende sempre a darci questo messaggio che siamo tutti sostituibili.
    Come tentare di recuperare questo senso dell’appartenenza, e quindi della differenza, della comunità, dei popoli e delle tradizioni con un mondo che non si ferma più? Cioè, questo recupero è più facile che provenga dai politici, dalla classe intellettuale o dal popolo semplice? Da chi deve venire il messaggio opposto al degrado?

    Marcello Veneziani: Se dovessi dare uno sguardo complessivo a quello che sta avvenendo nel nostro pianeta e in particolare in Occidente dovrei dire che siamo di fronte a un potere globale e una narrazione omogenea al potere globale che ci racconta esattamente il contrario di quello che la natura ci indica, cioè ci racconta appunto che l’uomo è fungibile, è cambiabile, sostituibile, è cambiabile sia nella sua natura specifica sia nel luogo in cui vive, sia nel rapporto con gli altri uomini. Cioè, è un atomo che si può tranquillamente spostare dappertutto, che sulla base della sua volontà può cambiare la sua identità, e può anche cambiare la sua identità in relazione al luogo, in relazione al popolo, in relazione alla comunità. Questa è la narrazione generale, che corrisponde a un potere dominante. Dall’altra parte cosa si oppone a questo? A mio parere si oppone semplicemente la realtà e l’insorgenza della realtà, l’unica vera speranza, cioè il fatto che ci sia una sorta di ribellione dell’istinto, della passione, del corpo, dell’anima delle persone che non può accettare questo modo irreale di vivere. Cioè, la prevalenza di tutto ciò che è astratto, di tutto ciò che è lontano rispetto a ciò che è vicino, a ciò che è concreto, a ciò che è vivo, tutto ciò che viene in qualche modo costruito ideolo- gicamente, che diventa inevitabilmente prepotente rispetto alla realtà, rispetto alla vita e ai limiti della vita umana. Quindi io credo soprattutto nella insorgenza della realtà e l’insorgenza della realtà è un processo che attraversa la politica, ma che non nasce e soprattutto non finisce nella politica: riguarda ovviamente il rapporto che ciascun uomo ha con la sua società, che ciascuna famiglia ha in relazione a una società, che ciascuna comunità, dalle più piccole alle più grandi, riesce ad avvertire quando sente perdere il terreno sotto i piedi. E perciò io credo che sia un processo sociale, spirituale, intellettuale, e quindi culturale, e un processo che dall’altra parte investe anche la politica. In questo dobbiamo dire che la politica è in pauroso ritardo e i pochi soggetti che alle volte riescono a rappresentare queste istanze sono sempre soggetti innanzitutto considerati outsider, fuori dai limiti concepibili della politica attuale e quindi fuori dalla modernità, fuori dalla democrazia, fuori dalla libertà, fuori dall’Europa nel nostro contesto.
    Quindi sono sempre considerati qualcosa da demonizzare. Per questo c’è una oggettiva difficoltà della politica di far valere semplicemente il peso della realtà, perché prima ancora di arrivare a una concezione della vita e quindi a una visione del sacro e della trascendenza, c’è da recuperare il rapporto semplicemente umano tra l’uomo e le cose, tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e la sua città, e c’è da recuperare un rapporto naturale. Quando ci dicono, per esempio, che noi dobbiamo amare chi viene da lontano, amare l’immigrato, noi sovvertiamo una gerarchia naturale, perché è assolutamente insito nella nostra natura umana avere una sfera affettiva che parte dal più vicino e che va verso il lontano e non il contrario.

    È inevitabile che noi avvertiamo una premura particolare nei confronti dei nostri padri, dei nostri figli, dei nostri fratelli, e poi dei nostri concittadini, e poi dei nostri connazionali o con-territoriali, per così dire. Quindi abbiamo un’inevitabile e naturale propensione a partire dal vicino e andare verso il lontano. Questo schema ideologico che invece vorrebbe invertire le cose e dire che noi dovremmo sentire più compassione per l’umanità e magari più indifferenza nei confronti di chi ti è vicino è, a mio parere, ciò che sta minando le comunità, le città, le nazioni. E quindi credo che sia questo il processo da valorizzare, è l’insorgenza della realtà. Ed è un mistero come questo possa avvenire: è una combinazione di fattori umani, di fattori sociali, vorrei dire anche di fattori imponderabili, un tempo si sarebbe detto della Provvidenza, ma comunque di fattori che intervengono per correggere il tiro di questa umanità che viceversa è politicamente corretta.

    L’intervista al filosofo e scrittore Marcello Veneziani, a cura di Emanuele Franz, è tratta dal libro:

    Titolo: Dialoghi sull’Identità di Emanuele Franz
    Con le interviste a: Noam Chomsky, Sua Santità il Dalai Lama, Aleksandr Dugin, Giulietto Chiesa, Diego Fusaro, Alain de Benoist, Vittorio Sgarbi, Reinhold Messner, Antonino Zichichi, Piergiorgio Odifreddi, Marcello Veneziani, Massimo Fini, Angelo Branduardi, Vito Mancuso, Guido Tonelli, Mauro Mazza, Urgyen Norbu Rimpoche, Hivshu Robert E. Peary II, Franco Cardini
    Editore: Audax Editrice (www.audaxeditrice.com)
    Pagine: 214
    Dorso: 15,12 mm
    Formato: 14,8×21 cm (A5)
    Codice ISBN: 978-88-96144-94-7 Prezzo di copertina: 25 euro
    Data di pubblicazione: 18 marzo 2024

    Per consultare l’intervista integrale è possibile acquistare il libro al seguente link: https://www.amazon.it/dp/8896144949

  • Il recupero dei valori cristiani nella letteratura contemporanea. Di Tudor Petcu

    Il recupero dei valori cristiani nella letteratura contemporanea. Di Tudor Petcu

    Evocare l’idea dei valori cristiani in relazione ai paradigmi letterari implica un impegno morale nell’evoluzione del pensiero e della cultura, proprio per comprendere il significato di quei mondi in una luce profonda e giocosa.
    Cosa significa innanzitutto il valore cristiano, qual è la dimensione che possiamo attribuirgli e quale ruolo chiave svolge nella configurazione di un progetto culturale, soprattutto letterario?
    Viviamo nell’epoca della morte di Dio. Almeno ufficialmente. In realtà, le cose non sono così semplici. Le forze dello spirito non possono essere represse in questo modo. Pur avendo ufficialmente escluso Dio, il mondo contemporaneo nelle società occidentali nutre una nostalgia di spiritualità. Ne è prova l’entusiasmo di questo mondo per la saggezza orientale, le arti marziali orientali o discipline come il Tai Chi e il Chi Qong. Spesso, dopo aver praticato queste discipline, chi le pratica riscopre le proprie radici cristiane. Quando la Chiesa parla dell’interiorità, il mondo, interessato, persino appassionato della sua parola, si rivolge ad essa.

    La Chiesa interiore ha un futuro luminoso davanti a sé. Così come Cristo, maestro di saggezza. Nessuno può dire cosa accadrà, nessuno sa nulla. Ma possiamo ragionevolmente supporre che questo entusiasmo per la vita interiore crescerà nel mondo a venire. Per una semplice ragione. Solo la religione vissuta dall’interiorità dà senso alla vita.

    Cosa che il mondo contemporaneo non è in grado di fare. Viviamo l’agonia di un mondo in cui la vita non ha più senso o ha solo un senso soggettivo. Il tempo dell’individualismo e dell’assurdità è finito.
    Queste possono essere considerate semplici definizioni che, per un’esigenza intellettuale, possiamo dare al cristianesimo, non necessariamente nella sua qualità di religione, ma anche come dialogo interiore che coinvolge sia un’emozione sia quella che Alexandru Dragomir chiamava la banale memoria del ricordo.

    Ma al di là di queste definizioni, comprendiamo che l’esperimento in quanto tale è stato una coordinata di principio specifica delle trasformazioni sociali e culturali che hanno segnato il destino dell’Europa in particolare.
    Tali rivoluzioni si verificarono soprattutto nella stilistica letteraria che, sempre, per un’intenzionale e coraggiosa
    incoscienza, ebbe il talento di sfumare fino al punto da giungere a presentare l’impresentabile, una condizione postmoderna di cui i personaggi letterari hanno goduto appieno. Ma i valori cristiani sono gradualmente scomparsi da queste equazioni, diventando una lettera rigida, poiché la ragione è stata sostituita dall’ironia e dall’eterogeneità, come dimostra in particolare l’opera di Thomas Pynchen.
    Allora, cosa fare? È possibile tornare alla logica cristiana nelle costruzioni letterarie, alle proiezioni cristiane razionaliste-dostoevskiane, per esprimerci nei termini di Umberto Eco?
    Sono domande che possono ricevere innumerevoli risposte, che certamente suscitano l’interesse e la curiosità di chi è dedito a comprensioni autentiche, ma che sfociano in un profondo dilemma ovvero: cosa crede chi non crede? Partendo da questo dilemma, da un punto così delicato, sarebbe opportuno provare a ripensare i valori letterari contemporanei, quelli che hanno edulcorato il Nulla e l’Assurdo, abbandonando e dimenticando la metafora del Regno di Dio, diventata più una tentazione creativa che una necessità letterari

    Tudor Petcu

    Il prof. Tudor Petcu fa parte del Dipartimento Filosofia delle Religioni dell’Università di Bucarest, è membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Dimitrie Cantemir, professore di filosofia presso la Little London International Academy, scrittore, filosofo, dottore di ricerca in Filosofia della politica e collaboratore presso il Dipartimento di scienze della storia e della documentazione storica nella Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Milano.

  • La bergamasca Pasqua Teora vince il Premio Divoc a Udine

    La bergamasca Pasqua Teora vince il Premio Divoc a Udine

    Si sono svolte sabato 19 luglio 2025 a Pradamano (Udine), le premiazioni del concorso Divoc, giunto ormai alla terza edizione, l’unico e il solo premio esclusivamente dedicato ai non vaccinati contro il Covid-19 ideato dal filosofo friulano Emanuele Franz e promosso dalla casa editrice Audax Editrice. Il concorso, presentato al Parlamento Europeo di Bruxelles lo scorso dicembre 2024, ha visto oltre cento iscritti da tutto il mondo: Italia, Olanda, Austria, Germania, Romania e Perù.

    Lo scopo del progetto, non è stato discriminare né invitare a non vaccinarsi quanto ricordare il dramma delle limitazioni alla libertà subite durante la gestione della emergenza sanitaria.

    Si aggiudica il primo posto la scrittrice bergamasca Pasqua Teora con l’opera “Il diseguale dell’umano”, una raccolta poetica che narra gli anni turbolenti della “pandemia” attraverso il linguaggio poetico, riuscendo a creare immagini profonde di quel periodo ancora vivido nell’esperienza di molti, cioè di chi non è disposto a dimenticare.

    Il secondo classificato è il messinese Giuseppe Campolo con l’opera “L’amore occulto”, che invita alla scoperta di una resistenza interiore ed una disobbedienza verso qualsiasi potere coercitivo.

    Moltissime le opere segnalate. Oltre cento le persone presenti alla premiazione. Molti gli interventi da parte dei presenti con la loro testimonianza in prima persona dei drammi vissuti in quegli anni difficili con parole toccanti che hanno penetrato nei cuori di tutti i presenti.

    La grande affluenza del pubblico ha mostrato che i cittadini non vogliono dimenticare la privazione delle libertà subite in questi ultimi anni di gestione sanitaria e reagire alla crisi non con la paura ma con il senso della appartenenza, del rito e della comunità. Sentiti i saluti dal presidente di giuria Angelo Tonelli, deciso e lucido l’intervento di Ugo Rossi, toccante infine, l’omaggio allo scrittore Francesco Benozzo, garante letterario del Premio Divoc già candidato al Premio Nobel per la letteratura, recentemente venuto a mancare. Apprezzati, infine, i saluti dell’Onorevole Europarlamentare Sergio Berlato che ha invitato i partecipanti, e non da ultimo le istituzioni, a non smettere di chiedere verità e giustizia.

    Qui il link al video integrale della cerimonia:

  • Mirjana Markovic: poetessa dell’impegno civile

    Mirjana Markovic: poetessa dell’impegno civile

    Personalmente conosco Mirjana Markovic dal 2022, periodo nel quale vivevo in Serbia ed ho conosciuto questo popolo e questa terra meravigliosi. Qui ho maturato una scelta che ha cambiato la mia vita: diventare cristiano ortodosso. Mirjana Markovic è la mia madrina in questo percorso di vita che mi ha fatto nascere nell’autenticità dei valori.
    Una donna forte, dal carattere ineguagliabile. Scrittrice, poetessa, che ha nel cuore valori incrollabili. Raramente mi è capitato di incontrare una donna così solare ed energica e sono grato al destino di aver messo insieme alla mia strada un’anima così luminosa che è diventata la mia madrina.

    Nata a Osijek nel 1965 e cresciuta a Sremska Mitrovica – città serba ricca di storia, che diede i natali a numerosi imperatori romani e fu crocevia dell’evangelizzazione slava grazie all’opera di Cirillo e Metodio – Mirjana Marković è una delle figure più vivaci e versatili del panorama culturale serbo contemporaneo. Poetessa, romanziera, saggista, storica, politologa, sceneggiatrice e critica letteraria, Marković ha saputo coniugare il rigore dell’analisi intellettuale con la forza ispirata della creazione poetica, senza mai disgiungere cultura e impegno civile.
    Dopo la laurea in storia presso la Facoltà di Filosofia di Novi Sad e la specializzazione in partiti politici ed elezioni alla Facoltà di Scienze Politiche di Belgrado (con il sostegno della Fondazione Konrad Adenauer), ha affiancato al lavoro nell’amministrazione comunale per la Cultura e lo Sport di Sremska Mitrovica una intensa attività culturale e letteraria. Da sempre attenta alla promozione della parola scritta e all’identità culturale serba, ha diretto spettacoli teatrali e curato progetti sociali per organizzazioni internazionali come Save the Children, Help e EAR, coniugando sensibilità artistica e attenzione per il tessuto sociale.
    Autrice prolifica e plurilingue, ha pubblicato dieci raccolte poetiche – alcune delle quali in edizioni bilingue serbo-romanès, serbo-giapponese e serbo-russo – che spaziano dall’introspezione lirica all’indagine sulle passioni e le fragilità dell’animo umano. Altrettanto significativa è la sua produzione narrativa, con romanzi tradotti anche in lingua tedesca, nei quali si ritrovano i temi dell’identità, del debito interiore, della complessità dei sentimenti e del destino femminile.
    Presidente dell’Associazione letteraria di Sremska Mitrovica e dell’organizzazione European Step, membro attivo di diverse istituzioni letterarie nazionali, Marković è una presenza autorevole anche nella critica: le sue recensioni sono apparse su riviste e antologie in Serbia e all’estero. Le sue poesie sono state tradotte in oltre una dozzina di lingue, dal turco al bengalese, dall’inglese all’urdu.
    Poetessa dell’autenticità e della libertà, Mirjana Marković mette al centro della sua opera l’individuo e la sua irriducibile unicità. Per questo la sua voce si distingue come una voce civile, capace di coniugare bellezza e coscienza, cultura e responsabilità. Una voce che, con coerenza e passione, continua a costruire ponti tra popoli, lingue e generazioni.

    Emanuele Franz
    10/07/2025

  • Libro contro teoria Gender espulso da rassegna letteraria. Fiorenzo Della Moretta

    Libro contro teoria Gender espulso da rassegna letteraria. Fiorenzo Della Moretta

    Aprica (Sondrio), è mercoledì 30 luglio 2025, il libro “Gender e dintorni” di Fiorenzo Della Moretta è previsto nella rassegna -Incontri con l’autore- alle ore 18.00 alla biblioteca, come riportato sul sito della stessa e all’ingresso, nella locandina cartacea esposta. L’autore è presente, arrivano anche persone interessate all’incontro dal pubblico, e l’editore del libro, Emanuele Franz dal Friuli, che dirige la casa editrice Audax che ha pubblicato il testo. Ma qualcosa va storto. La bibliotecaria invita i convenuti ad uscire perché l’evento è stato cancellato. L’editore, Emanuele Franz, dopo nove ore di viaggio, chiede spiegazioni sui motivi dell’annullamento dell’incontro, peraltro mai disdetto ufficialmente né sul sito della biblioteca, né altrove. A questo punto il personale, visibilmente innervosito, invita editore, autore e pubblico a uscire dall’edificio. Il presidente della Pro Loco alza la voce e dice: “Noi non siamo tenuti a dare spiegazioni a nessuno. L’incontro con Moretta è annullato, dovete andarvene immediatamente”. Cosa è successo di tanto grave da estromettere un autore e il suo libro da una rassegna letteraria? Di cosa tratta il libro in questione? Il libro “Gender e dintorni” è una critica alla modernità, alla cosiddetta ideologia woke e alla dilagante teoria Gender che nega la diversità naturale fra maschile e femminile. Ci si chiede i motivi di una ostilità così severa verso questo autore e la sua critica alla società globale. Ci si domanda se dietro all’associazione super partes che gestisce la biblioteca di Aprica, non prevalgano invece più prosaici motivi ideologici che confinano poi nella censura del pensiero dissidente e dell’aspra critica che fa il libro. 

    Qui il video con la testimonianza diretta dell’autore. https://www.youtube.com/watch?v=U9iKqTF-fJY