«Difendete la Bellezza!» L’appello di d’Annunzio che parla ancora al nostro tempo. Di Tobias Fior

«Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. Difendete il sogno che è in voi!».

Queste parole, che colpiscono ancora oggi con la forza di un vero e proprio manifesto, Gabriele d’Annunzio le affida a Claudio Cantelmo, protagonista de Le vergini delle rocce (1895), trasformando quello che doveva essere il vero romanzo moderno in un’accorata esortazione rivolta agli intellettuali, agli artisti e a tutti coloro che credono nel valore della cultura. Una lettura superficiale potrebbe far sembrare il tono usato nel discorso troppo eccessivo, con i suoi imperativi solenni, con le immagini violente e con i sarcasmi che vengono scagliati contro quella che d’Annunzio considera a tutti gli effetti la mediocrità della società moderna. Ma fermarsi a questa lettura significa perdere il cuore stesso del messaggio.

La Bellezza non è un ornamento

Quando d’Annunzio parla di Bellezza non si riferisce semplicemente all’arte, ai monumenti o alla poesia. La Bellezza è un principio spirituale, una forza capace di elevare l’uomo oltre la banalità dell’esistenza quotidiana. Proprio per questo il suo invito è così radicale. Difendere la Bellezza significa difendere il Pensiero, la libertà creativa, l’immaginazione, il diritto dell’uomo a non essere ridotto a semplice ingranaggio di una macchina sociale.

A sostegno di questo diventa quindi significativa la lettura del passo in cui denuncia coloro che vorrebbero «mettere su ciascuna anima un marchio esatto come su un utensile sociale», ovvero rendendo tutti uguali gli uomini, conformandoli proprio «come le teste dei chiodi». La critica all’omologazione e alla perdità di individualità emerge in modo forte e chiaro dietro l’apparenza dell’enfasi retorica.

Dall’esteta al custode della civiltà

È chiaro che l’appello delle Vergini delle rocce rappresenta un’evoluzione rispetto ad Andrea Sperelli, l’esteta protagonista del Piacere. Nel celebre romanzo del 1889 Sperelli afferma che “bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte”. L’esistenza deve essere plasmata come la stessa cura e con le stesse modalità con cui un artista lavora e realizza il suo capolavoro.

Ma qualche anno più tardi Claudio Cantelmo compie un passo ulteriore dicendo che non basta più trasfomare la propria esistenza in un’opera d’arte, bensì occorre difendere la Bellezza stessa contro l’imbarbarimento del mondo. A questo punto l’arte non è più solo un’esperienza personale e privata, ma diventa una responsabilità pubblica.

Una profezia del Novecento

Tra i passaggi più forti e decisamente impressionanti del discorso di Cantelmo vi è quello in cui si legge: «Verrà un giorno in cui essi tenteranno di ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele».

Assurgere d’Annunzio a profeta, ovviamente, sarebbe quantomeno improprio, eppure in queste righe, che precedono di decenni i roghi dei libri, le devastazioni del patrimonio artistico e le persecuzioni culturali che segneranno il Novecento, il Vate coglie un meccanismo che ricorre in tutta la storia, ovvero che quando si vuole dominare una società molto spesso si comincia proprio col colpire la cultura.

Distruggere un libro significa cercare di cancellare un’idea; abbattere una statua significa mettere a tacere una memoria; ridicolizzare il pensiero significa impoverire e negare la libertà.

La forza del Verbo

Nell’ultima parte del brano compare una delle affermazioni più sorprendenti: «Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il Verbo»

Per d’Annunzio la parola non è semplice comunicazione, è qualcosa di molto più alto, è creazione, è resistenza. La parola diventa la forza attraverso al quale l’uomo può trasmettere idee, può costruire civiltà e sfidare il tempo. E non è certo un caso che attribuisca al linguaggio una potenza addirittura superiore a quella della materia: “Un ordine di parole può vincere d’efficacia micidiale una formula chimica”.

All’interno di questa prospettiva, lo scrittore diventa quindi custode della coscienza collettiva.

L’attualità di un messaggio

Non sono pochi gli aspetti della visione dannunziana che appartengono al suo tempo e possono essere persino criticati, come il suo aristocraticismo culturale, il rifiuto della democrazia di massa e il mito dell’uomo superiore, eppure, separando il messaggio dal contesto storico, rimane la domanda che conserva intatta tutta la sua forza: Che cosa accade a una società quando considera inutile la cultura?

Che cosa accade quando il pensiero critico viene abolito a favore degli slogan; quando la superficialità prende il sopravvento sull’approfondimento; quando il consumismo e l’immediatezza delle sensazioni prendono il posto della contemplazione? È forse proprio in questo che consiste l’attualità dell’appello lanciato da d’Annunzio oltre 130 anni fa.

Difendere la Bellezza significa difendere tutto ciò che porta l’uomo ad essere umano, ovvero la capacità di creare, di immaginare, di emozionarsi davanti a un’opera d’arte o a un tramonto, di leggere, di scrivere.

Nell’intero corso della propria esperienza letteraria, d’Annunzio modifica profondamente il proprio concetto di Bellezza: con Sperelli è soprattutto un ideale di vita, con Cantelmo diventa una missione civile, negli anni della guerra assume il volto dell’azione eroica e, infine, nelle pagine sofferte e intime del Notturno (1922), si trasforma nella memoria di ciò che il tempo rischia di cancellare, di spazzare via.

Cosa ci rivela, quindi, questa evoluzione del pensiero dannunziano? Cosa ci lascia tutto questo percorso? D’Annunzio ci vuole rivelare che la Bellezza non è mai semplice apparenza, bensì una forma di resistenza verso tutti quegli elementi che degradano l’uomo. Difendere la Bellezza quindi non è rifugiarsi nella sola estetica e nemmeno evadere, significa custodire il patrimonio dell’intelligenza, della creatività umana e della libertà.

In un’epoca dove tutto sembra consumarsi velocemente, il monito che recita «Difendete la Bellezza. Difendete il Pensiero. Difendete il sogno che è in voi», non è un nostalgico richiamo al passato, ma una chiara responsabilità verso il futuro.


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