Che cos’è la generazione? Cosa vuol dire comunione, unità? L’io e l’altro?
Noi abbiamo deciso di parlare soltanto di ciò che genera, di fare in modo che la parola sia sempre fruttificatrice di frutti, che la parola sia genitrice: genitore e al tempo stesso figlio. L’uomo si trova di fronte a una scelta: generare ciò che perirà o generare ciò che non perirà. Noi possiamo generare dei figli mortali o dei figli immortali. Un uomo giustamente desidera la felicità, la pace e l’amore: essere curato, accudito, protetto, amato.
Tuttavia ciò che ha un’origine nobile e santa può prendere una piega orizzontale e generare dei figli orizzontali che moriranno. Poiché questo può diventare un desiderio esclusivamente rivolto a sé stesso, egoistico. La paura è la radice di questo desiderio. Va rovesciata la prospettiva di questo desiderio. Va pensato: cosa io posso fare per proteggere, accudire, donare e curare? Non bisogna pensare: “cosa posso io avere per essere protetto, accudito, curato”, bensì: “cosa io posso fare per curare, proteggere, suturare, accudire?”.
Oggi le persone fanno figli come mangiare una pizza o bere un caffè, per paura di non essere più. Emanuele Severino nella sua opera *Tautotes* dice che è impossibile che qualcosa sia altro da sé, perché l’essere è e quindi il divenire in senso occidentale è un paradosso, perché significherebbe ammettere che qualcosa, come la legna, diviene qualcosa che non è, come la cenere. Eppure è proprio qui il paradosso che il mondo occidentale non è riuscito a risolvere: come essere contemporaneamente ciò che si è e ciò che non si è. La risposta è la carità. La risposta è la sutura fra l’io e l’altro, fra l’interno e l’esterno. È impossibile questa sutura pensando esclusivamente a un rivolgimento interiore.
Il figlio orizzontale muore, il figlio verticale è eterno. Generare un figlio verticale significa non pensare a quello che io posso fare per essere protetto, accudito, curato e amato, ma cosa io posso fare per accudire, proteggere, amare. “Fuori di noi”: fa paura questa espressione. “Fuori di noi” fa paura perché è l’annientazione di tutto il mondo interno. Ma se noi pensiamo che nell’altro non c’è l’altro, ma c’è il noi, abbiamo veramente la sutura, la congiunzione, quella che Emanuele Severino in *Tautotes* (in greco l’identità) considerava il paradosso del mondo occidentale.
È nell’altro il mondo interno ed è nell’io il mondo esterno. Sono demarcazioni che ci sono state propinate come convenzioni, ma vanno rovesciate. Il mio io è altrove.
La purezza, la genuinità, l’innocenza non sono in prototipi convenzionali, ma sono in gesti, in sorrisi, bagliori soffusi. Non c’è niente che puoi fare per essere innocente. È soltanto un bagliore l’innocenza. È inaspettata l’innocenza. Può essere innocente il più efferato dei criminali, se come il buon ladrone dice: “tu sei il figlio di Dio”, se come Longino dice: “tu eri veramente il figlio di Dio”. Essi erano criminali come la prostituta che il Cristo ha salvato. Cos’è l’innocenza? È il gesto imprevedibile. Non può essere fatto niente per ottenere l’innocenza. Il bambino non è innocente. Il criminale può diventare innocente se riconosce che la verità si è fatta carne. Per questo tutti siamo salvati senza meritato motivo.
Quindi quando noi desideriamo una moglie non dobbiamo cercare un’infermiera, una badante, qualcuno che suturi la ferita, perché altrimenti questo è un pensiero egoistico. La donna sancisce il tempo, il *ductus*, ma il tempo è perdizione e mortalità. Superare la mortalità e il tempo significa pensare a cosa io posso dare, non a quello che io posso avere. Noi abbiamo tutti uno strumento sacrosanto, che è il potere di ripensarci, di reinterpretarci con dei gesti di gentilezza totalmente gratuiti e anonimi. Possiamo sistematizzare il dono nella gratuità. Irrazionale, possiamo scardinare l’universo, sistematizzare la gentilezza senza alcun tornaconto.
Ogni presunto maestro di questa terra verrà da te e ti dirà: “Tu puoi avere, puoi avere saggezza, puoi avere coscienza, puoi avere libertà”. Ma chi viene da te e ti dice: “Tu perderai, perderai questo, perderai la tua dignità, perderai la tua ricchezza”? Uno solo in tutta la storia ha detto: “Tu se mi seguirai perderai, ma troverai”. Questo era colui che ha fatto del Logos la carne. È uno sconvolgimento. Perché tutti dicevano prima di lui: “Avrai”. Lui ha detto: “Perderai”. Tutti hanno parlato del proprio consimile, della propria famiglia, della propria patria, del proprio popolo, del proprio clan. Ma chi ha detto: “Il tuo nemico avrà e tu perderai”? È impossibile per la ragione questo, perché la ragione vuole di più. Ma cosa vuole di meno è una forza veramente al di là della ragione. E questo è il segreto dell’incontro dell’altro.
Non si può pensare che l’amore sia soltanto trovare una consorte che ti cura le ferite, perché tutti gli amori tramonteranno in questo modo. Ma fondare l’amore che è esistito tre volte in tutta la storia, tre volte, è pensare: “Torchiami come in un torchio, spremi quel seme da cui esca un olio e dallo all’altro”. Questa parola vuota e piena al tempo stesso. Allora avviene la sutura, ma è esistita una sola volta questa sutura, quando colui che tutto poteva si è reso colui che niente poteva, colui che era tutto lo spazio era in una culla.
Emanuele Franz
27 marzo 2026
