Individuo e totalità. Di Emanuele Franz
Individuo deriva etimologicamente da indivisibile, cioè in- (“non”) e dividuus (divisibile). Individuo che in greco è ἄτομος átomos, indivisibile appunto, cioè alfa privativo e tomé che vuol dire dividere. Quindi individuo ha la stessa etimologia di atomo, secondo la nozione degli antichi. Quindi un nocciolo indivisibile.
È chiaro che il problema così posto implica sicuramente quello del confine, cioè del confine fra un mondo interno, che è quello dell’individuo, e un mondo esterno, che è quello dell’ambiente. Il problema del soggetto e dell’ambiente che è un problema millenario.
Noi possiamo dire: da qui in avanti inizia l’individuo, cioè una sfera indivisibile, e invece di lì indietro c’è l’ambiente, tutto ciò che è fattore mutabile, frammentario, cioè divisibile, e questo lo possiamo fare per la nostra capacità di dividere il mondo in comparti.
Ritengo che il problema del confine consista, in questo caso, nello stabilire dove inizia l’individuo e dove finisce l’individuo. Perché noi possiamo definire l’individuo, e di conseguenza l’ambiente, solo una volta che abbiamo definito cos’è questo confine. Il problema è che se tentiamo di definire questo confine non arriviamo a qualcosa di chiaro e demarcato, esso è indefinibile, non c’è una demarcazione precisa, esatta.
Le cose si complicano se ricordiamo la metafora che usa Leibniz parlando di uno stagno pieno di pesci.
“C’è un mondo di creature, di esseri viventi e di animali, di entelechie di anime – anche nella più piccola porzione di materia. Ogni porzione di materia può essere concepita come un giardino pieno di piante, o come uno stagno pieno di pesci. Ma ciascun ramo delle piante, ciascun membro dell’animale, ciascuna goccia dei loro umori, è a sua volta un tale giardino o un tale stagno. E sebbene la terra e l’aria interposta tra i pesci dello stagno non siano né piante né pesci, esse tuttavia contengono ancora altre piante e altri pesci, ma perciò più in forma sottile a noi impercettibile. Sicché non c’è nulla di incolto, di sterile, di morto nell’universo”
Leibniz, Monadologia
Quindi, se tu stabilisci il confine, ti trovi di fronte ad infiniti universi infiniti.
Il problema dell’individuo si pone in sostanza su un altro livello: quello del discreto e del continuo. Se intendiamo l’universo come discreto, ovvero sia divisibile fra ambiente esterno e ambiente interno, è tutto più facile, però a questo punto il “confine” diventa una mera convenzione. Noi stabiliamo convenzionalmente dove esso ha inizio e fine. Allora le cose funzionano, perché è una convenzione. Ma dal punto di vista epistemologico non possiamo stabilirle ontologicamente dove si trova questo confine, senza tirare in ballo la meccanica quantistica che conferma sostanzialmente quello che diceva Leibniz, perché non si arriva mai a un punto finale andando profondamente addentro alle cose.
Poniamoci invece su dimensioni che sono più prossime alla nostra vita, quella della nostra dimensione umana. Il soggetto, io Emanuele, tu Adriano, siamo indivisibili? Pensiamo al fatto che quando un uomo muore, può accadere che un suo organo sopravvive in un altro uomo, ad esempio con un trapianto. Cosa dobbiamo dire di questo caso? L’individualità è pur stata divisa, cioè il cuore è morto e il fegato è ancora vivo, una parte è stata portata in un’altra persona. Quindi abbiamo il problema dei problemi. Può qualcosa vivere non in sé ma fuori di sé?
È un rapporto vicendevole, di diverse posizioni e prospettive. L’ambiente crea l’individuo o è l’individuo a creare l’ambiente? Qui si può andare su un estremo che è quello del solipsismo in cui si dice: c’è solo l’individuo, anzi c’è solo un individuo. Per di più uno potrebbe dire: ci sono solo io che sto parlando. E allora in questa posizione estrema dove va a finire l’ambiente? Semplicemente non c’è più. L’ambiente viene coibentato all’interno dell’individuo. Avviene l’intuarsi del sé, ovvero io divento te. Come voleva anche lo shivaismo del Kashmir del IX secolo, la cosiddetta realtà esterna è un bagliore della nostra coscienza.
Questo è il grande tema filosofico dell’altro, Michel Foucault parlava della sensazione dell’io che si estingue nell’infinita assolutezza dell’altro. È un discorso che chiama in causa veramente tutta la storia del pensiero: l’io e l’altro, l’interno e il mondo.
Dovremmo uscire da questa logica binaria e duale dell’interno ed esterno, dell’io e del altro.
Dobbiamo partire dal presupposto che ci è stato dato un apparato linguistico e non riusciamo a dare una risposta esaustiva al problema dell’individuo a causa del nostro apparato linguistico.
Ma se guardiamo il problema da una prospettiva meta linguistica, come amava fare Borges nei suoi racconti, ci accorgiamo del potere di creare la realtà che abbiamo a partire dalle funzioni linguistiche. Ad esempio, possiamo prendere “un pezzo” di sensazione presa qui e metterla insieme a “un pezzo” di sensazione presa là e generare un contenuto nuovo, sia per la coscienza che per la realtà. Per esempio io adesso posso prendere questo riverbero di luce che mi arriva agli occhi, e lo separo da ciò che lo accompagna, lo decontestualizzo volontariamente, lo dissocio, per poi riassociarlo alla sensazione di durezza del tavolo sulle dita e, perché no, anche ad un eco lontano magari un cane che abbaia, o un fruscio. Ecco, tre sensazioni distinte con distinte provenienze vengono dissociate dalla loro provenienza, e le mettiamo insieme in una sola parola che ci inventiamo, ad esempio “znuck”, che di per sé non vuol dire nulla, ma nel nostro atto creativo diventa una realtà, un concetto nuovo. Noi possiamo creare una sensazione che in questo caso non è più importa all’interno dal mondo esterno, ma è viceversa imposta al mondo esterno dal mondo interno.
Se la convenzione sociale ci ha dato, in modo atavico, la possibilità, nella comunità, nella storia, di vivere passivamente la realtà, possiamo anche decostruire tutta la realtà e costruirla da capo.
E allora noi facendo così ci accorgiamo che c’è una volontà che può farlo. E questa volontà, forse, è la risposta al problema.
Essa è l’apparato linguistico che ci manca per creare una realtà, per creare un mondo. È una volontà che non è quella individuale. È una volontà, anzitutto, che deve distruggere prima ancora di creare. Perché quella che ci è stata insegnata a essere la volontà non è la volontà. È soltanto un appannaggio del desiderio, una velleità, un meccanismo biologico che vuole avere di più, vuole avere più calore, vuole quella banale sensazione di conforto. Ma la volontà di decostruire e ricostruire supera il limite dell’apparato linguistico mancante su questo problema di interno e esterno. Noi chiamiamo a risposta di questo annoso problema i poeti che avevano questa capacità di creare. E quindi sì, questa volontà non è la volontà di un soggetto, è una volontà che è una forza capace di trovare la perfetta sintesi di distruzione e creazione.
Questa forza ci sfugge dalle mani perché la nostra conformazione, prevalentemente linguistica, ha questo limite.
Nella volontà sovraindividuale effettivamente potremmo trovare la risposta al problema dell’individuo. E potremmo effettivamente ricostruirlo, potremmo pensare a individui che sono intersoggettivi, potremmo pensare a individui che coinvolgono parte della nostra sfera e della nostra sensazione, magari solo parzialmente. Ad esempio, negli ultimi due giorni abbiamo avuto sensazioni, impressioni, emozioni che si ricollegano e si associano a impressioni, emozioni, pensieri avuti da un altro individuo, oppure in un’altra epoca, in un altro tempo, possiamo immaginare che agglomerati di sensazioni ed emozioni, quindi ricostruiti, appunto, ricomposti, formano un soggetto altro. Quindi ci rendiamo conto che le potenzialità di pensare l’individuo in questo modo sono al di là dell’inimmaginabile.
Il problema di individuo e totalità è un problema prevalentemente linguistico, perché ci è stato dato un apparato linguistico che noi accettiamo supinamente. Però nessuno ci vieta di ripensarci linguisticamente, sia come individui sia come soggetti.
Emanuele Franz
04.03.2026
