Il tempo come soggetto vivente: il germoglio del tempo. Di Emanuele Franz

Il tempo della vita individuale e il tempo universale sono due tempi e indicano il tempo interno e il tempo esterno, che devono essere messi in riflessione nel modo seguente. Entrambi i tempi non sono tempi statici, ma sono tempi in movimento, così come lo spazio non è gesso, una colata di piombo o di cemento, non si può immobilizzare lo spazio e il tempo dicendo: “quello è lo spazio e quello è il tempo”. Essi hanno un’attività; dobbiamo pensare al tempo, e conseguentemente allo spazio, come un’attività. E oserò dire di più: dobbiamo pensare al tempo come un soggetto, un soggetto specifico e addirittura autonomo da noi.

Immaginiamo la nostra infanzia, noi che cresciamo. Abbiamo un soggetto che assume delle funzioni che interloquiscono con noi. Non dobbiamo immaginare che dall’anno zero, quindi da quando siamo nati a oggi, ci sia una linea, così come una stanza vuota che viene riempita e che il novero del tempo sia un fatto statistico, un calcolo, un riempimento. Noi non riempiamo qualcosa che prima era vuoto. Un’altra cosa da dire è che quando noi diciamo: “sono passati cinque anni da quella volta che mi sono innamorato”, per esempio, noi facciamo un errore nell’immaginare questo tempo come un qualcosa di ingessato, ovvero questa fatidica linea. È un’immagine fuorviante. L’immagine più autentica è quella di immaginare che in quell’epoca della nostra vita vi era un soggetto che aveva da dirci qualcosa, così come io adesso parlo con due miei amici. Quella volta l’epoca della nostra esistenza era un soggetto che ci stava parlando. Se noi ci abituiamo a pensare al tempo in questo modo, abbiamo ovviamente un’immagine completamente diversa da quella che ci viene insegnata a scuola.

Nella mia proposta del tempo iniziale io proposi la visione del tempo come un organismo vivente e la metafora di riferimento era quella di un corpo umano, poiché i polmoni hanno una funzione precisa nella dinamica complessiva di un organismo vivente. Portano l’ossigeno assolve un compito specifico, le vene portano il sangue, il sistema nervoso porta la volontà. Quindi immaginavo che ogni epoca dell’intera storia universale avesse funzioni fisiologiche precise, ad esempio l’epoca romana introduce il concetto di voluntas che è del tutto assente nell’epoca greca e così via. Quindi ho proposto come metafora quella del corpo umano.

Recentemente però, mentre mi trovavo al monastero benedettino dei Camaldoli a San Gregorio al Magno a Roma, ho avuto un’altra potente immagine del tempo, sempre come organismo vivente, ma come un albero che, mentre all’inizio è appena spuntato dal terreno, come un timido seme di un alberello che prende vita, dopo tre ore di assisa preghiera in silenzio, ho visto quell’albero del tempo coprire e riempire tutta la cappella della chiesa. Ogni ramo aveva gemme che gemmavano a loro volta. In questa visione ho capito che le gemme dell’albero del tempo sono dei momenti della nostra esistenza, sia individuale che universale, momenti che comunicano con gli altri, perché una singola gemma non è isolata, non è un universo chiuso. Comunica e trasmette informazioni, quindi rimane valido quello che avevo proposto con l’organismo temporale visto come corpo umano. Ma qui c’è un elemento in più che è la viriditas, cioè l’elemento verde del vegetale, cioè della linfa.

Quando si dice, per esempio: “dieci anni fa ero innamorato di quella ragazza, adesso è cambiata la mia vita”, dobbiamo dire che quella parte di noi, di quell’epoca, si è resa del tutto autonoma da noi, essa è un soggetto vivente, che è come una gemma in quest’albero, che sta ancora parlando con noi. Per cui non solo il passato comunica con noi, ma anche noi possiamo comunicare con questa gemma. Dobbiamo immaginare il tempo come un soggetto terzo col quale noi parliamo, è il tertium datur. Infatti io spesso sogno che sono un bambino e mi tengo in braccio e mi parlo da solo. Quindi è possibile trasmettere informazioni nel nostro passato e cambiare il passato.

Non ha senso dire: “da quell’epoca sono passati quattro anni”. Un’epoca non inizia e dura un anno o due. Un’epoca è una gemma che ha un cuore, un “campo” che è attivo fin tanto che essa deve sbocciare. Quindi se noi, in quell’epoca della nostra vita, abbiamo avuto una relazione vivente con questo soggetto terzo che doveva darci quell’insegnamento, portarci a quella maturazione, arrivare a quel frutto, questo può durare anche solo 5 minuti, oppure 20 anni. Per questo non ha senso contare il tempo come ci insegnano a scuola: un mese, due mesi, tre anni. Ha senso capire cosa vuole farci maturare quell’epoca parlandoci individualmente.

Nell’arco complessivo dell’albero del tempo, se noi riuscissimo a vedere tutti i bagliori di tutte le gemme del tempo nella planimetria globale del soggetto temporale vivente, allora noi avremmo giorno dopo giorno, istante dopo istante, anno dopo anno, l’accesso intimo a un’attività vivente che non siamo noi a vivere, ma è lei a vivere noi. A quel punto non ha più senso dire “sono nato e sono morto”, perché ogni gemma in qualche modo sboccia nella successiva, quindi trova il compimento di sé fuori di sé, essa non è un universo chiuso. La fase della vita è servita perché ti ha portato a quella maturazione, e se non ti porta in quella successiva vai in cancrena e il ramo rinsecchisce. E come il tempo trabocca e si inanella di gemma in gemma anche tu devi andare fuori di te, in una planimetria vivente complessiva. Lo spazio racchiuso da ogni singolo germoglio è la creatura orante che porta con sé tutto il verde dell’albero. Il mantello olivato di tutto lo spazio è preghiera inverata nel singolo. Uno, sbocciato, è il tutto dischiuso. Qui, rugiadosi, per noi l’immortalità non sarà una parola più paurosa, più utopica, più irraggiungibile di quanto non sia una tisana al tè verde. Sarà come la tisana delle cinque. L’immortalità non sarà appannaggio irraggiungibile, ma sarà la consuetudine di chi ha riconosciuto nel tempo l’attività vivente universale.

Emanuele Franz

19.02.2026

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