L’eterno ritorno dell’identico e la sutura tra essere e divenire. Di Emanuele Franz

L’istante che contiene tutto lo spazio è il Logos.

Friedrich Nietzsche, il 14 agosto del 1881, parlò dell’eterno ritorno dell’identico. La parolina magica è “l’identico” perché, a differenza dei cicli degli stoici o della palingenesi o delle ere di Brahma di cui parlavano gli induisti, la parola veramente magica è “identico”. Vuol dire che io e te abbiamo avuto questa stessa conversazione infinite altre volte, in modo identico. Ovviamente Nietzsche, il 14 agosto del 1881, non ha retto il colpo di un pensiero così universale, così devastante. Infatti, poi il suo sistema nervoso si è abbrustolito come due tozzi di pane nel tostapane, perché il suo sistema nervoso ha avuto un cortocircuito. Però cosa ha fatto, unico fra i mortali? Lui ha trovato il punto di sutura fra l’essere e il divenire. Questo punto di sutura lui è riuscito a trovarlo senza menzionare Gesù Cristo. Forse proprio per questo è impazzito, perché non ci può essere redenzione senza Gesù Cristo.

Bisogna dire però che io che sto facendo questo discorso ho preso un’esistenza carnale su questa terra il 14 agosto del 1981, esattamente un secolo dopo a questo pensiero di Nietzsche, almeno se vogliamo prendere atto della lettera che ha scritto a Peter Gast il 14 agosto del 1881, in cui dice che lui ha avuto un pensiero così alto, così eterno, che era a 6.000 piedi da ogni cosa umana. Si riferiva all’eterno ritorno dell’identico. Non sappiamo se la passeggiata a Sils Maria nella quale ha avuto l’intuizione è avvenuta proprio quel giorno, il giorno prima, la notte… Fa fede questa lettera che ha scritto a Peter Gast il 14 agosto.

Ora veniamo a Borges, lo scrittore argentino. Borges racconta, in uno dei suoi celebri racconti, di un condannato a morte davanti al plotone di esecuzione. Quando hanno già sparato per ucciderlo, chiede a Dio una grazia: il tempo necessario per completare la sua opera che stava scrivendo, perché sarebbe stato come un delitto morire senza aver terminato questa opera. Allora Dio gli concede l’intera eternità, quando il proiettile era appena davanti al suo volto. Mancava proprio un infinitesimo d’istante per la pena capitale. Dio gli concede l’eternità per terminare la sua opera, ovviamente doveva terminarla mentalmente, l’opera che aveva concepito. E quindi quest’uomo deve concepire un’opera eterna. Perché, attenzione alla sottigliezza: appena ha terminato la sua opera, il proiettile riprende il corso temporale e arriva alla sua testa, lo perfora e muore. Borges è uno dei più grandi iniziati nel XX secolo: bisogna prendere le folgorazioni di Nietzsche e metterle insieme con quelle di Borges per avere la risposta finale. L’opera che deve completare quest’uomo deve essere per forza eterna affinché la vita, diciamo, sia eterna. E questa è farina del mio sacco, poiché vanto il privilegio di essere nato esattamente un secolo dopo il pensiero di Nietzsche.

L’eterno ritorno dell’identico rappresenta sì la vera sutura, però l’identico non si realizza dopo miliardi di anni, come pensava Nietzsche, che ha fatto anche studi scientifici per dimostrarlo, o come vuole la scienza oggi, intendendo la materia come una serie di combinazioni che si ripetono, come in un mazzo di carte mescolato all’infinito, nel quale a lugo andare le situazioni di partenza si devono per forza ricombinare nel modo identico dopo miliardi di miliardi di miliardi di tentativi. Non è questa la risposta. La risposta va cercata proprio nel racconto di Borges, cioè l’infinità delle situazioni identiche ha luogo non negli eoni cosmici, ma nello stesso istante. È nello stesso istante che c’è l’altare delle miriadi di situazioni identiche. Nella situazione in cui ci troviamo adesso è l’istante, quella fatidica porta carraia dove Nietzsche ha le visioni dell’attimo (o anche il nano sulla porta carraia) e dove l’uomo spezza la testa del serpente (Nietzsche annuncia l’eterno ritorno per enigmi, l’uomo spezza la testa del serpente allude all’Uroboros, l’anello eterno del tempo che viene spezzato).

L’eterno non si ripete identico nel ciclo degli anni di Brahma, ma nello stesso istante, cioè in questo istante in cui io sto facendo questo discorso è sì ripetuto miliardi di miliardi di miliardi di volte, nel senso che mentre io dico queste parole tutta la storia dell’universo sta avendo luogo. Mentre sto parlando, Giulio Cesare, Attila, le conquiste dei Normanni, le disperazioni degli ultimi in Sud America, dei pellegrini, le gioie ed Alessandro Magno sulle foci dell’Indo che si disseta, primo fra gli uomini dell’Ovest. Tutte queste cose stanno avendo luogo, non negli eoni cosmici, ma in questo istante. E quindi sì, ha ragione Nietzsche a dire che la sutura è avvenuta in questo eterno ritorno dell’identico, ma sbaglia nel darne un’interpretazione astrofisica. Bisogna inserire proprio questo racconto di Borges per comprenderne la portata. Se si inserisce in un unico insieme la visione di Nietzsche e il racconto di Borges, si ottiene una e una sola risposta. La sutura si chiama Gesù Cristo. È Cristo che sutura l’essere e il divenire. Nietzsche è impazzito perché non è riuscito a usare questo nome, a usare la parola Gesù Cristo. Quindi tutta la storia dell’universo si sta realizzando in questo stesso istante che porta seco tutti gli universi possibili. Ma perché? Perché io, con l’interlocutore col quale sto parlando adesso, sto trasmettendo, con la mia parola, che è Logos, un dono che non può avere termine. L’istante che contiene tutto lo spazio è il Logos. È per questo che io, con la parola, non do un frammento di universo, ma do l’infinita reiterazione della verità che una volta sì è stata crocefissa, ma ora, con una mia sola parola, prende vita infinite volte ancora.

Emanuele Franz

17 gennaio ’26


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